IL PUNTO – Le notizie di LiberaUscita

By Jacqueline Jencquel 4 years ago
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IL PUNTO

Le notizie di LiberaUscita

Febbraio 2014 – n° 116 SOMMARIO

LE LETTERE DI AUGIAS

3937 – Italia, un paese senza società
3938 – Il Papa e le dimissioni storiche
3939 – Temi etici: il paese che il centrodestra non vede 3940 – Il dilemma del Belgio
3941 – Quando la Chiesa si occupa della terra

CHIESA, STATO, DIRITTI

ARTICOLI

3947 – I cattolici bocciano la Chiesa – di Marco Ansaldo
3948 – La chiesa perde il pelo ma non il vizio – di Enzo Marzo
3949 – Chiesa troppo lontana dai fedeli – di Hans Küng
3950 – In vent’anni l’Italia è diventata più laica – di Marco Ansaldo
3951 – La svolta della Chiesa sui divorziati – di Marco Ansaldo
3952 – La pillola del giorno dopo non è un farmaco abortivo
3953 – La morte di Eluana continua a dividere l’Italia – di Laura Montanari 3954 – I limiti di una globalizzazione solo economica – di Vincenzo Matera 3955 – Temi etici: una sfida per Renzi – di Guglielmo Pepe
3956 – Lasciateci decidere come morire – di Maria Laura Cattinari

DALL’INTERNO

3957 – Regione Toscana: il fascicolo sanitario e le volontà di fine vita 3958 – Arzignano(Vicenza):avevasceltol’eutanasia

DALL’ESTERO

3959 – ONU: Vaticano riveda posizioni su aborto, contraccezione e gay 3960 – Spagna: chiede di morire perché ama la vita
3961 – USA: sposi gay uguali davanti la legge – di Gabriel Bertinetto 3962 – Belgio: eutanasia per i bambini – di Adriano Sofri

3963 – Svizzera: eutanasia scelta da donne, single e persone istruite

PER SORRIDERE…

3964 – Le vignette di Enzo D’Amore – lotta all’evasione 3965 – Le vignette di Staino – 8 uomini e 8 donne…

3942 – Chiesa cattolica e diritti umani inconciliabili – di Cecilia Maria Calamani 3943 – 11 febbraio 1929: patti chiari, amicizia lunga – di Cecilia Maria Calamani 3944 – Per il superamento del concordato in Italia – di Sergio Lariccia
3945 – Dalla teocrazia politica a quella ideologica – di Enrico Galavotti

3946 – Dove c’è religione non c’è istruzione – di Meredith Tax

LiberaUscita – associazione nazionale laica e apartitica per il diritto di morire con dignità Tel: 366.4539907 – Fax: 06.5126950 – email: info@liberauscita.it – web: www.liberauscita.it

3937 – ITALIA, UN PAESE SENZA SOCIETA’ – DI CORRADO AUGIAS

da: la Repubblica di mercoledì 5 febbraio 2014
Gentile Corrado Augias, oggi ci meravigliamo dei fascismi scomposti di Grillo, ieri di Berlusconi, domani chissà. Forse dovremmo ricordarci che personaggi del genere, le loro esibizioni, sono solo lo specchio o il termometro della composizione del popolo italiano. Quello che nel referendum del 1946, dopo 500 mila morti per la guerra firmata da Vittorio Emanuele III, votò al 43% per la monarchia. Quello che ancora oggi sceglie, con oltre 7 milioni di voti, un imprenditore condannato in via definitiva per frode fiscale. Ma non erano le tasse il vero problema? E, per chi è stato ripetutamente presidente del Consiglio, la soluzione è quella di frodare? Gli italiani dovrebbero fare un po’ di mea culpa, non sempre solo la gogna o l’esaltazione della macchietta di turno. E prevedere tempi lunghi, non miracoli.
Franco Ajmar – Genova
Risponde Corrado Augias
Sull’antropologia degli italiani esistono biblioteche, non è il caso di riassumerle. Posso però citare brevi stralci da un testo fondamentale, il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani scritto nel 1824, a 26 annì, da Giacomo Leopardi. Il male di fondo del paese egli vedeva nel fatto che in Italia manca una vera “società”. Scrive che molti italiani presi individualmente, nulla hanno da invidiare ai cittadini di altri paesi. Infatti: «la nazione italiana presa insieme e paragonando classe a classe conforme e corrispondente tra lei e l’altre nazioni, è pressappoco a livello con qualunque altra più civile e più istruita d’Europa o d’America». Dov’ è allora la differenza? Appunto nella mancanza di una società. Osserva che nelle altre nazioni: «la società producendo il buon tuono produce la maggiore anzi unica garanzia de’ costumi sì pubblici che privati che si possa ora avere, e quindi è causa immediata della conservazione di sé medesima». In Italia, questo non succede. Quali le ragioni?Ecco la parte centrale della sua risposta: «molte ragioni concorrono a privarnela, che ora non voglio cercare. Il clima che gl’inclina a vivere gran parte del dì allo scoperto, e quindi a’ passeggi e cose tali, la vivacità del carattere italiano che fa loro preferire i piaceri degli spettacoli e gli altri diletti de’ sensi a quelli più particolarmente propri dello spirito, e che gli spinge all’assoluto divertimento scompagnato da ogni fatica dell’animo e alla negligenza e pigrizia [ … ] Certo è che il passeggio, gli spettacoli, e le Chiese sono le principali occasioni di società che hanno gl’italiani, e in essi consiste, si può dir, tutta Ia loro società [ … ] Essi dunque passeggiano, vanno agli spettacoli e divertimenti, alla messa e alla predica, alle feste sacre e profane. Ecco tutta la vita e le occupazioni delle classi non bisognose in Italia».
Fa molta impressione pensare che dopo due secoli siamo ancora lì.

3938 – IL PAPA E LE DIMISSIONI STORICHE – DI CORRADO AUGIAS

da: la Repubblica di giovedì 13 febbraio 2014
Gentile dottore, in relazione al sondaggio di Repubblica sulla posizione dei fedeli cattolici su vari temi, il teologo Hans Küng parla di un’ affettuosa lettera indirizzata a lui – ribelle – da Benedetto XVI in cui il papa emerito scrive: «lo oggi vedo come unico e ultimo mio compito sostenere il suo pontificato (di Francesco) nella preghiera». La lettera è anteriore al sondaggio, ma è certo che Benedetto deve aver colto il passo e la direzione diversi che Francesco ha già impresso all’azione del papato. Così, dopo un anno e per il tramite così inatteso di Küng, abbiamo avuto la risposta alla domanda: «Che farà il dimissionario Benedetto?»: pregherà per l’opera di Francesco.
Qui però giganteggia la frase «ìngravescente aetate», causa delle dimissioni di papa Ratzinger ma non di altri papi. Diventa quindi probabile l’interpretazione secondo la quale quelle parole esternarono la gravità di un compito che papa Benedetto ebbe timore di non

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poter svolgere. Una specie di “Non possumus” che scontava un’eccessiva e troppo fiduciosa adesione ad una Chiesa che, durante la permanenza romana, gli era apparsa sempre meno adeguata ai tempi.
Giovanni Moschini – g.moschini@yahoo.it

Risponde Corrado Augias

Il cambio di passo tra i due pontificati è – nel campo dei comportamenti di uomini con responsabilità pubbliche – il fatto più clamoroso del XXI secolo. Molto spesso ci sono stati passaggi che hanno segnato profonde diversità nella dinastia pontificia. Quello tra lo ieratico e controverso Pio XII e Giovanni XXIII, fortemente innovatore sotto l’apparenza bonaria, quasi di campagna. Quello tra l’intellettuale Pio VI e l’angelico Giovanni Paolo I. Quello stesso tra Karol Wojtyla un papa di battaglia e lo studioso Joseph Ratzinger, uomo di seminario. Nessun cambiamento però ha mai proceduto, se partiamo dal Novecento, alla velocità dell’attuale.

Ha ragione il signor Moschini a dire che papa Ratzinger s’era reso conto d’essere diventato inadeguato ai cambiamenti profondi ormai necessari in una corte fortemente inquinata da lobby, interessi di carriera, inquinamenti mafiosi nelle sue stesse finanze. Inadeguato per insufficiente energia fisica ma, ritengo, anche per scarsa propensione personale a compiti di quella natura, così lontani dai suoi interessi e dai suoi studi.

Lasciando in quel modo la carica, papa Benedetto ha però attuato una specie di mossa di lotta giapponese:abdicando s’è tirato indietro di colpo, così facendo ha provocato la caduta dell’intera corte facilitando grandemente il compito di rinnovamento del suo successore. Chi volesse aver idea del programma di papa Francesco, legga l’illuminante libretto “Evangelii Gaudiurn”, la gioia del vangelo. In quelle poche pagine ce n’è per tutti, per i sacerdoti, per gli alti dignitari di Curia, per lo stesso papa.

3939 – TEMI ETICI: IL PAESE CHE IL CENTRODESTRA NON VEDE – DI C. AUGIAS

da: la Repubblica di martedì 18 febbraio 2014
Caro Augias, il senatore Renato Schifani, Nuovo Centro-Destra, ha dichiarato: “È per noi inaccettabile che sui temi etici Renzi vada a cercarsi un’altra maggioranza”. Nel gergo politico, nei “temi etici” si comprendono i problemi sui quali i clericali vorrebbero che le leggi dello Stato adottassero le indicazioni che la Chiesa cattolica dà (legittimamente, in campo religioso) ai suoi aderenti; i problemi che toccano la coscienza morale (inizio e fine vita), e anche quelli che riguardano l’organizzazione della società (diritti degli omosessuali, coppie di fatto). Se, quando la DC dominava i governi, fosse stato in vigore questo nuovo “Lodo Schifani” (il precedente meglio dimenticarlo), l’Italia non avrebbe né la legge sul divorzio né quella sull’aborto: tali norme, volute dalla maggioranza del Paese, furono approvate in Parlamento da maggioranze diverse da quella che dava vita al governo. Oggi, con una maggioranza meno solida, qualcuno vorrebbe blindarla, non solo sui temi del programma di governo ma su tutto.
Giunio Luzzatto – giunio.luzzatto@unige.it
Risponde Corrado Augias
Spero che il senatore Schifani sia stato ingannato da un eccesso di zelo quando s’è espresso in quel modo. Molti uomini pubblici parlano preoccupati solo di non perdere voti; il paese, le future generazioni non entrano nel campo visivo.
Come fa giustamente notare il professor Luzzatto, la Democrazia cristiana si dimostrò più laica di certi settori del cattolicesimo oltranzista di oggi. La Dc si oppose, combatté, perse e gli italiani fecero due piccoli passi avanti nel campo della parità dei diritti. Quando ha parlato, il senatore Schifani non aveva probabilmente soppesato i risultati di due sondaggi da noi pubblicati il 9 e l’11 febbraio scorsi. Mi limito all’Italia dove si registra un enorme favore sul

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lavoro di papa Francesco; tra eccellente e buono siamo al 95%, quasi troppo. Altrettanto rilevante però il dissenso dall’insegnamento della Chiesa su temi particolari. Sui divorziati esclusi dalla comunione, 79%; il 57% chiede che i preti possano sposarsi; il 59% vuole il sacerdozio femminile; l’83% è favorevole in vario modo all’aborto. Solo il matrimonio omosessuale è respinto a larga maggioranza, 66%. L’altra inchiesta mostra come siano in netta diminuzione battesimo, prima comunione, cresima, matrimonio in chiesa mentre aumenta: “un modo alternativo di vivere il privato”. Un dato significativo, i bambini battezzati erano l’89% nel 1991, sono oggi il 70,3 con una perdita di 19 punti. Altro esempio: le donne che assumono anticoncezionali per via orale (la “pillola”) negli anni tra il 1992 e il 2004 sono cresciute dal 10,3 al 18,9.

Tutti, compreso il senatore Schifani, dovremmo considerare che il paese sta cambiando velocemente; c’è il rischio di correre dietro non ai voti di oggi ma a quelli di ieri.

3940 – IL DILEMMA DEL BELGIO – DI CORRADO AUGIAS

da: la Repubblica di mercoledì 19 febbraio 2014
Caro Augias, Jack Kevorkian, famoso paladino dell’eutanasia soprannominato “Dottor Morte”, aveva ragione di affermare che l’intento di porre fine alle sofferenze non ha nulla da spartire con quello di uccidere. Diceva che, se toglieva la spina, lo faceva per un gesto umanitario, consapevole che una dolce morte libera da atroci tormenti. Dunque, il diritto alla vita presuppone anche il suo opposto, cioè il diritto a morire.
Ma che dire del Belgio, che ha approvato l’eutanasia per i bambini? Questi non sembrano in grado di chiedere la morte, per porre fine alle sofferenze, sia pure con l’accordo dei genitori. La cosa lascia sconcertati non per il fatto, come qualcuno sostiene, che è difficile discuterne in Italia, Paese cattolico e molto conservatore. «L’eutanasia per i bambini è un passo di troppo: apre le porte all’estensione agli handicappati, ai dementi, ai malati mentali e magari anche a quelli che sono stanchi di vivere», così hanno scritto i vescovi belgi e mi fanno venire in mente che Hitler cominciò a eliminare i minori minorati o gravemente malati (a suo dire: «vite indegne d’essere vissute»), per passare poi allo sterminio di massa.
Luigino Piccirilli – luigino.piccirilli@libero.it
Risponde Corrado Augias
Il signor Piccirilli solleva una questione per la quale è difficile trovare risposta. Quanto meno una risposta pubblica, cioè potenzialmente, in teoria, valida per tutti.
La notizia dalla quale muove è la legge approvata alcuni giorni fa in Belgio che consente di praticare l’eutanasia anche su bambini. Sono naturalmente previste alcune inderogabili condizioni: una malattia incurabile e in fase terminale, sofferenze intollerabili, fisiche ma anche psichiche. Il 70 percento dei cittadini si sono detti favorevoli. Ci sono state invece forti proteste da parte di numerose confessioni religiose. Non solo nella lettera, sono stati evocati i precedenti eugenetici del nazismo sulle vite «indegne di essere vissute», a mio giudizio impropriamente trattandosi qui non di eugenetica ma di un gesto misericordioso; due cose simili solo in apparenza.
Ciò detto resta il fatto che l’eutanasia sui bambini è assai diversa da quella su un adulto consenziente in caso di sofferenze intollerabili o di una malattia senza speranza. In un’ottica laica dovrebbe essere pacifica I’esistenza di un diritto alla morte così come esiste un diritto alla vita. Senza dimenticare che parliamo di un paese come il nostro dove le recenti leggi su questi temi sono state di impronta medievale, dove si discute invano da anni di introdurre almeno il cosiddetto testamento biologico, di rendere concreto il diritto all’interruzione di ogni terapia per le malattie incurabili. S’è anche detto, ed è la verità, che l’eutanasia sui bambini nella pratica ospedaliera già avviene, tacitamente e, se si vuole, ipocritamente.

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Non mi sento di aggiungere altro.

3941 – QUANDO LA CHIESA SI OCCUPA DELLA TERRA – DI CORRADO AUGIAS

da: la Repubblica di giovedì 20 febbraio 2014
Caro Augias, sono uno studioso di religioni e di metafisica. Lei ha scritto di recente sulle dimissioni di Benedetto XVI. Ritengo che il vero problema della Chiesa Cattolica non riguardi tanto le persone, bensì la dottrina. l Papi moderni, pur con i loro difetti, non mi sembrano peggiori di quelli che ressero la “Barca di Pietro” nei secoli bui. Ormai il Papa, più che pastore di anime, è diventato un “anchorman” perché dal suo carisma dipendono i destini della Chiesa.
È !’intelaiatura metafisica del Cristianesimo che non regge più alla luce delle più recenti teorie scientifiche sull’origine e sull’evoluzione dell’universo. Se a questo aggiungiamo che anche molti principi etici non sono più condivisi dalla maggioranza dei credenti, rimane più che altro l’aspetto direi di richiamo sulle masse. Le migliaia di persone che ogni settimana si radunano in piazza San Pietro, fanno venire in mente quelle che a Londra si recano a vedere il cambio della guardia davanti a Buckingham Palace.
La domanda che faccio è se basterà il folclore unito all’assistenzialismo (reso possibile soprattutto grazie ai soldi pubblici) a salvare un kerygma ormai obsoleto.
Giuseppe Valentini – paquitus@alice.it
Risponde Corrado Augias
La risposta a caldo alla domanda finale del signor Valentini è solo onesta: non lo so. potrei forse aggiungere che in questo momento non lo sa nessuno. In compenso sappiamo alcune altre cose.
La più clamorosa è la straordinaria popolarità di questo papa (un recente sondaggio lo dava al 95%) che non è solo d’immagine come si afferma nella lettera. Francesco ha riacceso delle speranze, ha “scaldato i cuori” come si dice in gergo ecclesiastico, per una religione questo è fondamentale; le religioni esistono per questo.
Ma la Chiesa è anche una struttura di potere, all’interno di questa struttura non tutti sono contenti del cambiamento. Si tengono al coperto ma sono in attesa, nella speranza ovviamente che la loro attesa sia lunga e inutile. La lettera sfiora, nella sua brevità, un altro problema di fondo: l’intelaiatura metafisica di quella religione (e di altre) scossa dalle scoperte scientifiche e dalla laicizzazione della vita.
L’ultimo dogma di fede proclamato da un papa (Pio XII) è del 1950, dubito che oggi se ne potrebbe proclamare uno nuovo. L’epoca delle grandi e tremende dispute sulle verità di fede sembra al momento tramontata. Oggi si discute di testamento biologico o di comunione ai divorziati, di coppie di fatto e di embrioni, norme di comportamento sulle quali anche tra i fedeli prevalgono le scelte personali molto più che !’insegnamento dalla cattedra.
Sembra di poter dire che la Chiesa ha lasciato il cielo per occuparsi di più della terra. Se fatto con spirito di “carità” e non di “verità” (che vuol dire imposizione forzata) non è un male.

3942 – CHIESA CATTOLICA E DIRITTI UMANI INCONCILIABILI – CECILIA M. CALAMANI

da: cronachelaiche.it di domenica 9 febbraio 2014
C’è un aspetto importante della replica della Santa Sede al Rapporto Onu sulle numerose violazioni della Convenzione sui diritti del fanciullo da parte della Chiesa. Mentre da un lato il Vaticano ribadisce il suo impegno nella protezione dell’infanzia, facendo ovvio riferimento alle

migliaia di casi di pedofilia clericale su cui l’Onu chiede conto, dall’altro mostra stupore e addirittura rincrescimento perché in alcuni punti del Rapporto si intravede «un tentativo di

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interferire nell’insegnamento della Chiesa Cattolica sulla dignità della persona umana e nell’esercizio della libertà religiosa».

Leggendo il Rapporto, non è difficile capire quali siano questi punti: l’Onu chiede una revisione del diritto canonico e dell’insegnamento morale della Chiesa riguardo alla pedofilia, alla confessione (il cui inviolabile segreto, pena la scomunica latae sententiae, ha permesso il proliferare indisturbato degli abusi), alla contraccezione, all’aborto, e alle discriminazioni verso l’omosessualità. Ciò che fa infuriare Oltretevere, in sostanza, non è tanto la richiesta di rimuovere immediatamente e consegnare alla giustizia i responsabili delle violenze o chi li ha coperti, né di adottare misure più restrittive per individuare i colpevoli. Al Vaticano non va giù la richiesta di modificare la legislazione interna e la dottrina, e giustifica l’irritazione denunciando un presunto tentativo di ingerenza e di violazione della libertà religiosa da parte delle Nazioni Unite.

Il che porta a farsi un paio di domande. La prima: è possibile che la libertà religiosa di alcuni, un aspetto fondamentale della libertà personale, possa comportare la violazione dei diritti di altri? La risposta è facile: sì. Non serve guardare all’Islam perché, come l’Onu ci fa notare, anche il cattolicesimo non rispetta alcuni diritti umani. La seconda domanda invece è insidiosa: si può istituzionalmente tollerare una religione che promulga la condanna della libera scelta su sessualità e maternità e la discriminazione di intere categorie di persone – i gay ma anche le donne, che non possono accedere agli ordini sacerdotali – contro la legislazione nazionale e tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani?

Qualsiasi risposta è un autogoal per la democrazia. Se si risponde sì si sta creando una zona franca del diritto, una sfera protetta, quella religiosa appunto, in cui sono lecite la discriminazione e la violazione delle libertà fondamentali. Se si risponde no, invece, si infrange il principio di libertà religiosa, come ci ricorda la replica all’Onu del Vaticano. L’argomento, insomma, è spinoso, perché nell’alveo “religione” può essere compreso tutto e il suo contrario.

In Italia in particolare siamo in un vicolo cieco, perché riconosciamo l’ordinamento giuridico e morale della Chiesa addirittura nella nostra Carta costituzionale e le permettiamo, in virtù del Concordato, di insegnare ai ragazzi delle scuole pubbliche che l’omosessualità è un inaccettabile «disordine morale», che l’aborto è un peccato tale da portare alla scomunica immediata – anch’essa latae sententiae – della donna e, invece, che l’abuso su un minore è solo un “delitto contro la morale”, come lo definisce il diritto canonico, e non un orrendo crimine su un bambino. E questo per restare nell’ambito delle osservazioni dell’Onu, perché potremmo anche parlare della demonizzazione di altre libertà personali e persino delle distorsioni scientifiche che compromettono la conoscenza e quindi la capacità di scelta, ma lasciamo perdere.

Ora, che la religione cattolica promuova la discriminazione è un fatto. Perché condanna chiunque scelga in libertà, e contro gli insegnamenti della Chiesa, sulla sua vita. Perché crea un discrimine tra chi è “giusto” e chi non lo è. Perché instilla nelle menti che gli appartenenti alla seconda categoria non possono avere gli stessi diritti degli altri. Perché mischia la morale privata con l’etica pubblica. E a poco valgono esternazioni quali «Chi sono io per giudicare un gay?» di papa Francesco quando a giudicare i gay ci pensano proprio il Catechismo e i documenti della Congregazione della dottrina per la fede. Peraltro il “rivoluzionario” Bergoglio è la stessa persona che non più tardi di un mese fa ha tenuto a precisare che «un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato».

Ma torniamo alla seconda domanda, e proviamo a superare l’impasse della risposta con una formulazione diversa: uno Stato democratico che sancisce, giustamente, l’irrinunciabile diritto alla libertà religiosa, può accettare che questa libertà sia lesiva di altri diritti?

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Nel mondo dei sogni una strada per salvare la libertà degli uni e i diritti degli altri c’è. La fede è personale, e come tale rientra nella libertà di opinione garantita da ogni democrazia. L’istituzionalizzazione della fede, invece, se va contro i principi di autodeterminazione e non discriminazione che uno Stato garantisce tramite le sue leggi e la ratifica di convenzioni internazionali, non può essere in alcun modo riconosciuta.

Ma siamo nel mondo dei sogni, appunto. Al solo immaginare che il parlamento italiano depenni l’articolo 7 della Costituzione e rescinda il Concordato, ci si sveglia.

dal documentario “Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di dio”

3943 – 11 FEBBRAIO 1929: PATTI CHIARI, AMICIZIA LUNGA– DI CECILIA M. CALAMANI

da: cronache laiche.it di martedì 11 febbraio 2014

Maggio 1929. Il capo del governo Benito Mussolini mette ai voti nel parlamento fascista la ratifica dei Patti lateranensi già firmati l’11 febbraio con il cardinale Pietro Gasparri in rappresentanza della Santa Sede. Nel discorso conclusivo al Senato, il Duce bacchetta apertamente Benedetto Croce, che ravvisa nei Patti un tradimento del principio “Libera Chiesa in libero Stato” evocato da Cavour subito dopo la costituzione del Regno di Italia: «Ma ora debbo occuparmi del discorso del Senatore Croce […] Ed allora siccome il protocollo lateranense si compone di tre parti: trattato, concordato e convenzione finanziaria, bisogna scendere al concreto. E’ il “modo” del trattato che non vi piace? Vi sembrano forse eccessivi quei quarantaquattro ettari, cioè l’attuale Vaticano con qualche cosa in meno, passati in sovranità al Sommo Pontefice, oppure vi sembra sterminato il numero di quattrocento sudditi volontari, non tutti italiani, che formeranno il popolo della Città del Vaticano? Sono i millecinquecento milioni di lire carta che feriscono la vostra sensibilità di cauti amministratori delle vostre rendite, oppure è il concordato, oppure tutte le tre cose insieme? […] Ho molto riflettuto su questa formula; ma io credo che lo stesso Cavour non si rendesse conto di che cosa, in realtà, questa formula potesse significare. Libera Chiesa in libero Stato! Ma è possibile? Nelle nazioni cattoliche, no. Le nazioni protestanti hanno risolto il problema, facendo in modo che il capo dello Stato sia anche il capo della loro religione, e hanno costituito la Chiesa nazionale. V’è un solo paese, fra quelli di razza bianca, dove la formula cavouriana sembra aver trovato la sua applicazione: gli Stati Uniti. Là veramente lo Stato è libero e sovrano, e le Chiese sono libere, ma perché? Perché, come ha detto uno studioso di questi problemi, negli Stati Uniti c’è un polverio di religioni per cui lo Stato non ne può scegliere nessuna, né proteggerne alcuna. Io credo invece che Cavour volesse intendere che lo Stato dovesse essere libero completamente e sovrano in quelle che sono le proprie attribuzioni, non soltanto però di ordine materiale e pratico, come si vorrebbe dare ad intendere – e su ciò torneremo tra poco – e che la Chiesa dovesse essere libera per il suo

magistero e per la sua missione pastorale e spirituale. Non si può pensare una separazione nettissima tra questi due enti, perché il cittadino è cattolico e il cattolico è cittadino. Bisogna

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dunque determinare i confini tra quelle che sono le materie miste. D’altra parte la lotta tra la Chiesa e lo Stato è millenaria: o è l’Imperatore che domina il Papa o è il Papa che domina l’Imperatore. Negli Stati moderni, negli Stati a solida organizzazione costituzionale moderna, dato lo sviluppo dei tempi, si preferisce vivere in regime di concordato. Io credo che Cavour volesse appunto pensare a una siffatta soluzione del problema dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato».

Le votazioni si concludono con 316 sì e 6 no, tra i quali quello di Benedetto Croce. Alla Camera, dove il copione si ripete, Mussolini pronuncia un famoso “discorso fiume”. Esalta l’irrilevanza dei 44 ettari di concessione territoriale al Vaticano:

«Io spero che voi avvertirete l’enorme importanza di questo fatto. D’altra parte, a prescindere dalla constatazione che sul Vaticano non vi fu mai compiuto atto di sovranità italiana, nessuno, neanche il più fanatico dell’integrità territoriale, potrà sentirsi diminuito per i quarantaquattro ettari che formano la Città del Vaticano; quando, poi togliete la Piazza San Pietro e la Chiesa vastissima che rimangono di uso promiscuo, la superficie di questa divina Città, di questo Stato, si riduce ancora: è, in ordine di grandezza, veramente irrilevante. La Repubblica di Andorra, che ha quattrocentocinquantadue chilometri quadrati di superficie, e la Repubblica di San Marino, che ha cinquantanove chilometri quadrati, al paragone sono Imperi. Naturalmente questa città del Vaticano è ancora uno Stato sui generis, per il fatto che è circondata da tutti i lati da un altro Stato, per il fatto che ha zone nel suo stesso territorio, di uso promiscuo collo Stato confinante e per altre peculiarità che formeranno la delizia dei commentatori tra qualche tempo».

Prosegue, sminuendo l’aggravio economico della conciliazione per lo Stato:

«Vengo alla convenzione finanziaria e al concordato. Quando si è saputo che esisteva una convenzione finanziaria, anzitutto, per arrotondare le cifre, si è detto che si trattava di due miliardi. Molto meno! Si tratta, infatti, di settecentocinquanta milioni in contanti e di un miliardo di Consolidato, il quale però, non è piacevole il constatarlo, si può comperare oggi con ottocento milioni. Sono dunque millecinquecentocinquanta milioni, ma di lire carta. Bisogna dividere per tre e sessantasei: sono quattrocento milioni di lire oro. Poco, quando voi pensate, e scommetto che non ve ne spaventate affatto, che noi abbiamo duecento miliardi di debiti. La cifra è una di quelle che fanno rabbrividire, ma noi rimandiamo i brividi a migliore stagione. Cosa sono quattrocento milioni di lire oro? Tuttavia la curiosità del pubblico si è manifestata: “Come farete a pagare? Soprattutto, come farete a trovare un miliardo di consolidato?” Rispondo a questi interrogativi, che io riconosco legittimi. I provvedimenti che si stanno predisponendo presso il ministero delle Finanze sono tali che si potrà far fronte agli impegni assunti senza aumentare il debito pubblico e senza ricorrere al mercato». Poi rivendica il carattere cattolico dello Stato fascista: «Siamo principalmente fascisti! Ognuno si ricordi che il regime fascista, quando impegna una battaglia, la conduce a fondo e lascia dietro di sé il deserto. Né si pensi di negare il carattere morale dello Stato fascista, perché io mi vergognerei di parlare da questa tribuna se non sentissi di rappresentare la forza morale e spirituale dello Stato. Che cosa sarebbe lo Stato se non avesse un suo spirito, una sua morale, che è quella che dà la forza alle sue leggi, e per la quale esso riesce a farsi ubbidire dai cittadini? Che cosa sarebbe lo Stato? Una cosa miserevole, davanti alla quale i cittadini avrebbero il diritto della rivolta o del disprezzo. Lo Stato fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità: è cattolico, ma è fascista, anzi soprattutto esclusivamente, essenzialmente

fascista. Il cattolicesimo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola. Ognuno pensi che non ha di fronte a sé lo Stato agnostico demoliberale, una specie di materasso sul quale

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tutti passavano a vicenda; ma ha dinanzi a sé uno Stato che è conscio della sua missione e che rappresenta un popolo che cammina, uno Stato che trasforma questo popolo continuamente, anche nel suo aspetto fisico. A questo popolo lo Stato deve dire delle grandi parole, agitate delle grandi idee e dei grandi problemi, non fare soltanto dell’ordinaria amministrazione. Per questa anche dei piccoli ministri dei piccoli tempi erano sufficienti».

E arriva finalmente al punto:

«Onorevoli camerati! Voi avete inteso, e soprattutto deve avere inteso il popolo italiano, devono avere inteso i nostri fascisti, i migliori dei nostri camerati, che costituiscono sempre la spina dorsale del regime. Ho parlato netto e chiaro per il popolo italiano: credo che il popolo italiano mi intenderà. Con gli atti dell’ 11 febbraio, il fascismo raccomanda il suo nome ai secoli che verranno. Quando, nel punto culminante delle trattative, Camillo Cavour, ansioso, raccomandava a padre Passaglia: “Portatemi il ramoscello d’olivo prima della Pasqua”, egli sentiva che questa era la suprema esigenza della coscienza e del divenire della rivoluzione nazionale. Oggi, onorevoli camerati, noi possiamo portare questo ramoscello d’olivo sulla tomba del grande costruttore dell’unità italiana, perché soltanto oggi la sua speranza è realizzata, il suo voto è compiuto!»

Applauso, cala il sipario. La Camera, costituita quasi interamente da membri del Partito fascista, vota in favore in modo pressoché plenario (due soli i no). Per Mussolini il guadagno di immagine è enorme: il fascismo ha finalmente anche il plauso della Chiesa. Il 7 giugno, dopo la cerimonia di scambio delle ratifiche tra Italia e Santa Sede, entrano in vigore i Patti e nasce ufficialmente lo Stato della Città del Vaticano di cui «il Sommo Pontefice» è sovrano con «pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario» (Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano, art. 1).

Nel 1948 la neonata Repubblica italiana sigilla nell’articolo 7 della Costituzione l’eredità fascista dei rapporti tra Stato e Chiesa sanciti dai Patti lateranensi. La loro revisione, pur non richiedendo modifica costituzionale, deve essere accettata da entrambi i contraenti, unico trattato internazionale che gode di tale privilegio. La rivisitazione concordataria del 1984 ad opera del governo Craxi elimina il cattolicesimo come religione di Stato ma non muta, de facto, la sostanza degli accordi. Il nostro Paese è ancora soggetto a quei Patti che chiusero la questione romana ma ne aprirono un’altra tuttora irrisolta: quella di uno Stato che, pur dichiarandosi laico, prevede per norma costituzionale un rapporto economico e legislativo privilegiato con una religione.

Il Popolo d’Italia, organo del Partito nazionale fascista, annuncia la firma dei Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929

3944 – PER IL SUPERAMENTO DEL CONCORDATO IN ITALIA – DI SERGIO LARICCIA (*)

da: cronache laiche.it di martedì 11 febbraio 2014

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La filosofia concordataria esprime una logica di privilegio: per questa ragione coloro che coerentemente sostengono una posizione anticoncordataria ritengono opportuno continuare a impegnarsi per realizzare, anche nel nostro Paese, una società civile e politica priva di concordati.

Una valutazione delle scelte politiche con le quali si è stipulato il Concordato l’11 febbraio 1929, lo si è richiamato nella Costituzione del 1948 e lo si è revisionato (melius: restaurato) il 18 febbraio 1984, consente di verificare quali conseguenze negative siano da esse derivate. In proposito hanno esercitato un’azione di notevole importanza l’Assemblea Costituente, il Parlamento (e i partiti politici), il governo, la pubblica amministrazione, la Corte Costituzionale, la magistratura.

Con riferimento all’attività dell’Assemblea Costituente, è necessario considerare il voto sull’art. 7, 2° comma Cost. (I rapporti tra Stato e Chiesa cattolica «sono regolati dai Patti lateranensi»), una disposizione – atipica e rinforzata – che continua a esercitare una pesante eredità sull’evoluzione democratica della società italiana. La mancanza di un preciso indirizzo politico riguardante il tema specifico dei rapporti tra Stato e confessioni religiose, se ha ostacolato l’approvazione di riforme costituzionali riguardanti tali rapporti, non ha però impedito che la legislazione italiana venisse profondamente mutata proprio nei settori nei quali le relazioni tra società civile e società religiosa sono più intense: la scuola, l’assistenza, il diritto familiare, il controllo delle nascite, i principi di libertà dei singoli e dei gruppi.

Le riforme legislative entrate in vigore con riferimento a tali aspetti della questione religiosa inducono a valutare le relazioni tra società civile e società religiosa in una prospettiva capace di porre in rilievo i vari aspetti legati alla dinamica sociale del fenomeno religioso, come la vita familiare, i problemi sessuali, il controllo delle nascite, l’emancipazione femminile, il sistema scolastico e le questioni dell’educazione, i diritti civili, i poteri e i diritti della persona, gli orientamenti delle forze politiche sul tema della disciplina dei rapporti tra Stato e confessioni religiose e, più in generale, sul problema religioso.

Dal 1984 esiste un nuovo Concordato, rispetto a quello del 1929, perché i rappresentanti dello Stato (dopo la Costituzione) e della Chiesa cattolica (dopo il Concilio Vaticano II) non hanno condiviso la tesi di chi da anni sostiene l’esigenza del superamento del regime concordatario, ritenendo che quest’ultimo provochi un danno sia agli interessi della confessione cattolica (la quale non dovrebbe affidare la soluzione dei propri problemi all’ausilio del braccio secolare ma alla coscienza dei cattolici) sia quelli dello Stato (il potere politico, rimanendo in vigore il Concordato, è indotto a contare sull’appoggio della Chiesa, alterando il ritmo naturale della dinamica sociale).

È stato riformato il Concordato ma non il Trattato lateranense, mentre in quest’ultimo sono contenute disposizioni per le quali, nel periodo che ha preceduto l’approvazione dell’accordo di revisione, sono sorte molte difficoltà di interpretazione: ricordo in particolare l’art. 11 del Trattato, che prevede l’esenzione degli enti centrali della Chiesa cattolica da ogni «ingerenza» da parte dello Stato italiano, a proposito del quale è stato discusso il problema della posizione giuridica dell’Istituto per le Opere Religiose (Ior) nel diritto italiano.

È stata sottolineata la configurazione dell’accordo di revisione come un patto «di libertà e di cooperazione», ma le garanzie di libertà sono già contenute nella Costituzione repubblicana e a tal fine il Concordato (vecchio e nuovo) è del tutto superfluo.
Ritengo ora necessaria l’approvazione di una riforma costituzionale.

Premesso che, a mio avviso, ogni riforma costituzionale potrà realizzarsi soltanto nel

rigoroso rispetto delle procedure richieste dall’art. 138 Cost., concludo auspicando l’entrata in vigore di una legge di revisione costituzionale che, tenendo conto dell’esperienza, talora drammatica, di sessantacinque anni di vita democratica, si traduca nell’approvazione dei

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seguenti quattro passaggi: nell’art. 1 della Costituzione, dopo le parole «L’Italia è una Repubblica», viene aggiunta l’espressione «laica e»; l’art. 7 della Costituzione è abrogato; nel secondo comma dell’art. 8 sono soppresse le parole «diverse dalla cattolica»; all’art. 8 vengono aggiunti i due commi seguenti: «La regolamentazione dei rapporti fra lo Stato e le singole confessioni religiose non deve in ogni caso ledere la libertà religiosa, l’eguaglianza e la pari dignità delle diverse confessioni, nonché i diritti costituzionali garantiti a tutti i cittadini». E poi: «Le attività ecclesiastiche, in quanto afferenti a interessi diversi da quelli propriamente spirituali, sono disciplinate dal diritto comune». Nell’art. 19 viene aggiunto il seguente primo comma: «La Repubblica garantisce la libertà di coscienza»

(*) Professore emerito di Diritto amministrativo all’Università di Roma La Sapienza

Benito Mussolini e il cardinal Gasparri firmano i patti lateranensi

3945 -DALLA TEOCRAZIA POLITICA A QUELLA IDEOLOGICA – DI ENRICO GALAVOTTI

da: cronache laiche.it di martedì 11 febbraio 2014

La “teocrazia” non è solo un concetto politico (il governo del clero), ma anche un concetto filosofico (qualunque governo in cui dio non possa essere escluso). La teocrazia s’è formata sin dalle prime società schiaviste e da allora non ha mai cessato d’esistere, proprio perché hanno continuato a riprodursi, in forme e modi diversi, i rapporti sociali basati sull’antagonismo di ceto, di classe, di casta. In maniera “diretta”, come governo del clero (del papato in particolare), in Italia è esistita – dicono gli storici – dalla Donazione di Sutri del 729 alla Breccia di Porta Pia, che vi pose fine nel 1870, salvo ripristinarla, questa volta in forma “indiretta”, dapprima con la Legge delle Guarentigie, del 1871, con cui si assicuravano alla Chiesa romana privilegi intollerabili in uno Stato laico, e successivamente col Concordato del 1929, con cui lo Stato fascista tradì definitivamente e vergognosamente l’ispirazione laica dell’unificazione nazionale, sconfessando tutte le idee che, in merito, avevano avuto le correnti politiche che si rifacevano al repubblicanesimo, al liberalismo e al socialismo.

Ancora oggi, in virtù di quel Concordato (parzialmente revisionato dal governo Craxi), recepito nell’articolo 7 della nostra Costituzione, ci troviamo ad avere i crocifissi nelle istituzioni pubbliche, il “ruolo” per gli insegnanti di religione, i finanziamenti statali alle scuole private e così via. Quale paese potrebbe mai dirsi “laico” con un articolo costituzionale che pone tra lo Stato e una particolare confessione un rapporto privilegiato? Dunque se, da un lato la Chiesa romana ha dovuto rinunciare, con la forza delle armi, al proprio “Stato” nella parte centrale della penisola, accontentandosi di una porzione di mezzo chilometro quadrato, avente circa mille abitanti, con cui pur esercita un potere enorme, assolutamente

sproporzionato rispetto alla propria entità, dall’altro gli Stati (e più che mai il nostro) continuano a legiferare rispettando tutti i principi di questa confessione. Al massimo le differenze stanno tra Paesi a orientamento cattolico e quelli a orientamento protestante.

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Sicché ancora oggi tutti gli Stati borghesi occidentali (o capitalistici) restano “confessionali”, anche se formalmente si dicono “laici e democratici”. Esattamente come lo erano gli Stati Sumero, Babilonese, Egizio, Greco, Romano, il cui confessionalismo politeistico impediva l’ateismo e persino il monoteismo, essendo visto, quest’ultimo, come una variante ateistica. Naturalmente anche gli Stati capitalistici a orientamento islamico sono “confessionali”, ma almeno essi si risparmiano l’ipocrisia di dichiararsi formalmente o giuridicamente “laici”. Ancora oggi presidenti americani (di una nazione che viene detta la più aperta al pluralismo religioso) giurano sulla Bibbia quando vengono eletti, chiedono la protezione divina quando entrano in guerra e fanno stampare banconote con la scritta In God we trust. Gli unici due momenti in cui abbiamo avuto una certa separazione tra Chiesa e Stato sono state le rivoluzioni francese e russa, che però han fatto dell’ateismo una nuova religione, suscitando opposizioni ancora più forti di quando c’era lo Stato confessionale. Questo insomma per dire che la teocrazia esiste, come principio di vita, da quando sono nate le civiltà basate sui conflitti di classe e non è ancora finita. Che poi questa teocrazia sia stata un governo “diretto” del clero o “indiretto” degli Stati politici, e che l’oggetto in cui credere sia stato un unico dio o molti dèi, non cambia molto la sostanza delle cose. Non possiamo illuderci che, siccome non esiste più uno “Stato della Chiesa”, come ai tempi di Bonifacio VIII, lo Stato è finalmente diventato “laico”. Anzi, persino la nozione di “Stato laico” è, in parte, un controsenso, in quanto fino a quando vedremo la presenza degli “Stati” tout-court, dovremo anche supporre che esistano società in cui dominano rapporti fortemente conflittuali. In situazioni del genere gli Stati possono sempre usare la religione per regolamentare detti conflitti. Si può persino usare un’ideologia “laica” come se fosse una religione. Non l’hanno forse fatto tutti i dittatori che si richiamavano alle idee del socialismo?

Un uso strumentale della religione rende automaticamente “confessionale” qualunque Stato. Oggi anzi dovremmo dire che lo diventa anche quello che usa in maniera “religiosa” la propria laicità, come quando per esempio i governi francesi dicono che nelle loro scuole non vogliono vedere negli studenti dei simboli di appartenenza specifica alla loro propria religione. La teocrazia finirà soltanto quando i rapporti umani non avranno motivi oggettivi per vivere in maniera antagonistica, e di questi motivi il primo resta senza dubbio quello della proprietà privata dei fondamentali mezzi di sussistenza. La libertà di coscienza sarà davvero autentica quando sul piano pratico s’imporra la gestione collettiva delle risorse di un determinato territorio, senza condizionamenti esterni impropri. Solo allora “dio” diverrà davvero una questione di “coscienza” e non di “governo”. E non basterà semplicemente smettere di pronunciare il suo nome o vederlo trasformato in mille modi diversi per sentirsi davvero liberi, proprio perché, volendo, anche un cosiddetto “governo democratico”, oggi, potrebbe acconsentire a questo desiderio. Occorrerà che tale rinuncia nasca da una convinzione interiore, non condizionata dai poteri forti di uno Stato che vuole dominare la societ

3946 – DOVE C’È RELIGIONE NON C’È ISTRUZIONE – DI MEREDITH TAX

da: cronache laiche.it di sabato 15 febbraio 2014

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Per gentile concessione di Lettera Internazionale, pubblichiamo il saggio di Meredith Tax comparso sul numero 117 della rivista bimestrale europea dedicato al tema della Mala- educazione. La scrittrice e attivista, membro di Bread and Roses, dal 1994 al 2005, è stata presidentessa fondatrice del gruppo internazionale PEN’s Women Writers. È stata anche presidentessa fondatrice della Women’s World, rete globale di espressione libera che ha combattuto la censura basata sull’identità di genere. È attualmente direttrice del Centre for Secular Space e ha un blog personale, dove è possibile trovare l’elenco delle sue pubblicazioni. (Traduzione e note di Francesca Anzelmo – Cronachelaiche).

Viviamo in un’epoca in cui, secondo gli ambientalisti, la nostra esistenza su questo pianeta è a rischio. Più che mai, per affrontare questa sfida negli anni a venire, le persone avranno bisogno tanto del sapere scientifico quanto di quello umanistico. Ma le nostre istituzioni preposte all’istruzione, invece di attrezzarsi per mobilitare le vaste riserve di creatività umana che saranno necessarie per affrontare cambiamenti climatici irreversibili, sono in ritardo. Sono in ritardo per due ragioni. La prima consiste nei tagli.

Negli Stati Uniti, l’ultima grande stagione della spesa pubblica destinata all’istruzione e ad altri beni sociali risale agli anni Sessanta. L’odierna Chicago del sindaco progressista Rahm Emmanuel sta chiudendo 49 scuole nei quartieri disagiati delle minoranze e ha appena annunciato che spenderà parte del denaro risparmiato dalla città per finanziare un nuovo stadio per la DePaul University (cattolica privata). Allo stesso modo, la miccia che ha fatto scoppiare le rivolte in Brasile è stata la priorità negli investimenti riservata agli stadi (panem et circenses), piuttosto che all’istruzione pubblica e al trasporto. Negli ultimi anni, proteste di massa contro le tasse universitarie hanno avuto luogo, tra gli altri paesi, in Cile, nel Québec, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Ma i programmi neoliberisti di austerità non sono l’unica minaccia per l’istruzione. Un’altra insidia arriva dal fondamentalismo.

Non sono ammesse né le donne, né le scimmie

Ottantotto anni fa, l’American Civil Liberties Union (1) decise di avviare la prima battaglia legale, che creò un precedente, contro la Legge Butler del Tennessee che vietava l’insegnamento dell’evoluzionismo nelle scuole pubbliche. Il risultato fu il celebre Processo Scopes, un circo mediatico che vide come protagonista imputato John Scopes, un supplente di scienze. William Jennings Bryan, tre volte candidato presidenziale, vestiva i panni della pubblica accusa, rigettando in particolare l’idea che gli uomini potessero discendere dalle scimmie; mentre, a capo del team della difesa era un famoso avvocato, Clarence Darrow, un agnostico. La giuria ritenne Scopes colpevole, sebbene il verdetto fosse stato poi ribaltato per un cavillo e il processo avesse condotto a diversi tentativi di approvazione di leggi anti- evoluzionismo in numerosi altri stati.

L’evoluzionismo è stato riconosciuto come parte essenziale del programma di studi dell’istruzione pubblica degli Stati Uniti d’America solo negli anni Cinquanta, quando lo Sputnik (2) scatenò il panico nazionale sull’istruzione scientifica e il Congresso approvò il National Defense Education Act. Oggi, come nel 1925, i fondamentalisti religiosi stanno cercando di controllare l’istruzione in tutte le parti del mondo.

I talebani sono famosi per gli attacchi alle scuole femminili; negli anni in cui governavano l’Afghanistan arrivarono a vietare del tutto l’istruzione femminile. Nel clamore dell’anno scorso, seguito al tentato assassinio di Malala Yousafzai (3) i talebani pakistani hanno dichiarato di essersi opposti solo all’istruzione “laica”, ma poco tempo fa, a Quetta, hanno fatto esplodere uno scuolabus pieno di ragazze, perseguitando le sopravvissute al primo

attacco suicida con un secondo attacco contro l’ospedale dove erano state ricoverate. Anche l’istruzione laica, in Pakistan, non è affatto laica; tanto le scuole pubbliche quanto quelle private sono obbligate a utilizzare, per gli studi islamici e per la storia del Pakistan, un

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programma statale che può essere descritto come un’interpretazione restrittiva dell’islam che incoraggia l’intolleranza religiosa e l’estremismo attraverso riferimenti negativi alle minoranze del Paese (religiose e non).
Reem Abdel-Razek, una giovane egiziana, ex studentessa di una scuola superiore internazionale dell’Arabia Saudita, racconta che i testi scientifici includevano capitoli sull’evoluzione e sulla riproduzione umana, ma all’insegnante veniva chiesto di strappare quelle pagine e di insegnare il creazionismo. Quando la giovane provò a ordinare online libri di scienze sociali o libri laici, non riuscì ad averli a causa della censura in internet. Suo padre, un uomo di scienza, le disse che la teoria evolutiva era un complotto degli ebrei per indebolire l’islam affinché i musulmani cominciassero a dubitare del Corano – il fatto che molti scienziati sono ebrei ne è una prova. “Dicono che le società arabe sono stagnanti a causa degli effetti del colonialismo e del potere degli ebrei – afferma Reem – ma la vera ragione è che loro non ci permettono di imparare niente!”

Fondamentalisti di ogni ordine e grado

Questo problema non riguarda solo l’islam. I fondamentalisti di ogni credo si oppongono a qualunque programma d’insegnamento che possa indurre i bambini a mettere in discussione il dogma religioso.
In Israele, l’opposizione fondamentalista all’istruzione laica è diventata non solo un problema economico ma anche politico; gli haredi (gli ebrei israeliani ultra-ortodossi), che costituiscono una percentuale crescente della popolazione per il loro alto tasso di natalità, sono quasi “inoccupabili” perché non studiano altro che testi religiosi. Il governo sta adesso minacciando di tagliar loro i sussidi per la didattica se ai programmi non aggiungono corsi di inglese e di matematica. Al pari degli islamisti, dei fondamentalisti cristiani e del Vaticano, gli haredi hanno anche problemi con le donne.

In India, un Paese con molte minoranze, inclusa una musulmana molto estesa, il movimento Hindutva promuove una nozione unica e immutabile di cultura indiana identica alla versione induista. La RSS, Rashtriya Swayamsevak Sang (4) ha una propria rete di scuole che, seppur vincolata a utilizzare i comuni programmi di studio e libri di testo, possiede un programma supplementare nel quale “i fatti” insegnati per l’esame includono non solo l’idea che gli Ariani siano originari dell’India e che successivamente si siano diffusi in Iran, ma anche che il vecchio sito della Babri Masjid sia stato il luogo di nascita di Rama e che l’Iliade di Omero sia un adattamento del Ramayana.

Secondo Latha Menon, ovunque il BJP (il partito politico del movimento Hindutva) sia salito al potere, ha tentato di includere queste idee nei programmi educativi statali, nonostante l’opposizione degli intellettuali laici: «Dalla fine del 1990, l’istruzione nazionale è diventata un campo di battaglia, nel quale sono scesi molti illustri storici, scienziati e accademici che rifiutano qualsiasi allontanamento da un sistema di istruzione rigorosamente laico e protestano contro la commistione tra mito e storia, tra pseudoscienza e scienza».

Negli Stati Uniti, circa due milioni di bambini vengono educati a casa – un numero analogo si ha nelle Charter Schools (5) che in alcune zone del Paese risultano essere subdole accademie religiose. La stragrande maggioranza dei bambini scolarizzati a casa proviene da famiglie con un’obiezione religiosa all’istruzione laica. La Minerva Coalition, istituita “per dar voce alle vittime di abusi religiosi”, ha un sito web spin-off e una pagina Facebook chiamata Homeschoolers Anonymous (Studenti anonimi a casa), piena di testimonianze come questa: “Sono un diciannovenne del Missouri; di recente mi sono affrancato dai miei genitori e dalla

mia scuola a casa. Devo la mia formazione scolastica al programma di studi offerto da Alfa Omega Academy, una serie di programmi modellati sulla teoria YEC (Young Earth creationism) che insegnano cose sbagliate e non sanno nemmeno insegnarle bene. Ho

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imparato che π = 3, che la Terra esiste da 6.000 anni e che l'”unica” spiegazione per l’eventuale esistenza dei fossili è che si sia verificata un’inondazione. Le lezioni di storia avevano la tendenza a diventare un vero e proprio indottrinamento, perché insegnavano ai bambini di nove e dieci anni che alle elezioni avrebbero dovuto votare solo per i cristiani perché altrimenti sarebbero stati costretti a vivere secondo la legge dell’Uomo e non secondo quella di Dio. Tutto questo, naturalmente, impallidisce rispetto al ben più grave disagio che ne è derivato: sono rimasto completamente isolato dalla civiltà per la maggior parte della mia vita, con l’unica eccezione di internet”.

Educare alla religione con i soldi pubblici

Negli Stati Uniti, nonostante la separazione costituzionale tra Stato e religione, ci sono continue battaglie contro l’insegnamento del creazionismo, la preghiera e i simboli religiosi nelle scuole pubbliche, i sistemi di voucher che consentono ai genitori di mandare i figli nelle scuole religiose finanziate dalla spesa pubblica e l’utilizzo degli edifici scolastici per incontri di preghiera.

Nel Regno Unito, dove non c’è separazione costituzionale, lo Stato in realtà finanzia l’istruzione religiosa; come ha osservato l’attivista Gita Sahgal nel 2011, «ingenti somme di denaro pubblico sono messe a disposizione di un programma di lavoro che trasforma l’istruzione da un sistema che incoraggia la discussione e un atteggiamento critico, a uno in cui, secondo i cristiani evangelici, anche l’esistenza del dubbio è dovuta all’influsso satanico». In Canada, a eccezione del Québec, le scuole pubbliche impongono corsi di educazione morale e religiosa mentre il multiculturalismo ha creato altri problemi promuovendo, secondo Ariane Brunet, l'”identity education che accoglie valori religiosi, culturali e patriarcali”.

Uno spazio laico per la libertà di pensiero

In un periodo in cui la Chiesa cattolica sembra in stato di guerra sulle questioni come il celibato, la pedofilia e l’ordinazione delle donne, l’educazione è diventata un altro campo di scontro. A Lima, per esempio, il Cardinale Juan Luis Cipriani, sostenitore di Fujimori (6) e membro dell’organizzazione ultra-conservatrice Opus Dei, ha ordinato alla Pontificia Università Cattolica del Perù di sottomettersi all’autorità del Vaticano o di cambiare il suo nome; l’Università ha rifiutato. Il Vaticano sostiene che l’Università sia un covo di teologi della liberazione (oh, che orrore!), mentre l’Università afferma che la Chiesa non voglia fare altro che controllare il proprio programma di studi e il valore del proprio patrimonio immobiliare. Pablo Quintanilla, un membro della facoltà, si è chiesto di recente: “Il conflitto qui è su che cosa dovrebbe essere un’università cattolica: un luogo pluralistico per la libertà religiosa e per il pensiero cattolico? oppure il guardiano dogmatico di un modo particolare di intendere la fede?”.

Queste battaglie per l’istruzione ci coinvolgeranno tutti. È dagli anni Novanta che le femministe ci mettono in guardia su due grandi ostacoli al progresso umano: l’ognuno per sé dell’ideologia di mercato delle economie neoliberiste e la crescita di movimenti religiosi fondamentalisti. Il pensare creativo richiede tempo e denaro per l’istruzione, ma richiede anche spazio laico per la libertà di pensiero.

Per questo motivo l’istruzione è un fronte cruciale nella lotta per la sopravvivenza planetaria.
(1) Organizzazione impegnata nella difesa dei diritti civili e delle libertà individuali negli Stati Uniti. Le cause legali intentate dall’American Civil Liberties Union (ACLU) hanno avuto un ruolo importante in molte delle evoluzioni del diritto costituzionale americano.

(2) Il 4 ottobre del 1957, l’Unione Sovietica lancia lo Sputnik, il primo satellite in orbita intorno alla Terra. Non appena il primo beep dello Sputnik raggiunge la Terra, negli Stati Uniti si diffonde la preoccupante convinzione che i sovietici stiano spiando l’America dallo spazio.

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Questa preoccupazione scatena il bisogno di un cambiamento radicale nel campo dell’istruzione scientifica americana.
(3) Giovane studentessa e attivista pakistana. È nota per il suo attivismo nella lotta a sostegno dei diritti civili e del diritto allo studio delle donne. Il 9 ottobre 2012 è stata gravemente ferita alla testa e al collo da uomini armati saliti a bordo del pullman scolastico sul quale la ragazza si trovava. È la più giovane candidata al Premio Nobel per la Pace (candidatura proposta nel febbraio 2013).

(4) È un’organizzazione fondata nel 1925, formata da volontari e strettamente legata al pensiero del movimento nazionalista Indù. Ad oggi risulta essere tra le più grandi organizzazioni di volontariato al mondo. L’ideologia del gruppo si basa sul principio del servizio disinteressato alla nazione attraverso, ad esempio, l’offerta di servizi in materia di istruzione, sanità, sviluppo rurale, emancipazione tribale ecc.

(5) Negli Stati Uniti, le Charter Schools sono istituti, soprattutto primari e secondari, che offrono un sistema di istruzione alternativo rispetto alla scuola pubblica. Ricevono denaro pubblico e, sebbene siano soggette ad alcune regole dell’insegnamento pubblico statale, è concesso loro di muoversi in maniera più autonoma.

(6) Alberto Kenya Fujmori è stato Presidente del Perù dal 1990 al 2000. Nel 2009 è stato condannato a 25 anni di prigione per le innumerevoli violazioni dei diritti umani perpetrate durante il suo regime totalitario e repressivo.

3947 – I CATTOLICI BOCCIANO LA CHIESA – DI MARCO ANSALDO

da: repubblica.it di domenica 9 febbraio 2014
I fedeli contro la dottrina ufficiale. La maggior parte dei cattolici di tutto il mondo non condivide le posizioni del Vaticano su temi decisivi per la famiglia. E non è una contraddizione. Ad esempio in materia di divorzio, aborto, contraccettivi. Non solo. Ma la maggioranza dei credenti di Europa, America Latina e Stati Uniti è in totale disaccordo con le politiche che non ammettono il matrimonio dei preti o il sacerdozio per le donne.
Questi risultati sorprendenti emergono da un sondaggio condotto per Univision (*), la principale TV degli Stati Uniti in lingua spagnola, dall’azienda internazionale di consulenza Bendixen & Amandi, che in passato ha lavorato per Nazioni Unite, Banca Mondiale e Casa Bianca. Presi insieme, e analizzati, questi dati rivelano una straordinaria discrepanza fra gli insegnamenti della Chiesa su temi fondamentali come la famiglia e invece la visione reale che ne ha il miliardo di cattolici nel mondo.
È, dovrebbe essere, un campanello d’allarme per il Vaticano. Perché più rilevante appare il fatto che le generazioni di giovani cattolici hanno su questo tipo di argomenti posizioni ancora più radicali e contrarie alla dottrina guardata come tale. Con un’eccezione. Esiste infatti una

sola area in cui il sentimento pubblico si mostra quasi allineato con gli insegnamenti tradizionali, ed è il matrimonio gay. Difatti, con l’esclusione di Stati Uniti e Spagna, la maggior

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parte dei cattolici nel mondo si oppone all’unione fra due persone dello stesso sesso, con un margine di 2 a 1.
Questa indagine anticipatoria arriva nell’anno in cui in Vaticano si svolgerà, a ottobre, l’importante Sinodo sulla famiglia. Non più tardi di due giorni fa, lo stesso Papa Francesco ha parlato del nucleo famigliare come della “cellula fondamentale della società”. E a proposito del nuovo Pontefice, il sondaggio di B&A conferma il pieno successo che raccoglie Francesco su scala internazionale, a quasi un anno dalla sua elezione nel Conclave del 13 marzo 2013. Il rating di gradimento di Jorge Mario Bergoglio è altissimo: ben superiore all’80 per cento, con segni di non gradimento solo sotto il 5 per cento.

Già lo scorso ottobre il Vaticano aveva lanciato un proprio sondaggio alle diocesi di tutto il mondo, inviato per raccogliere informazioni e opinioni utili a preparare i cosiddetti “lineamenta” del Sinodo. Una sfida complessa, perché è un tentativo di trovare elementi basso per costruire la Chiesa di domani. Ora, lentamente, le prime risposte di quell’indagine ufficiale cominciano ad affluire. Secondo quanto anticipa il Sir (Servizio Informazione Religiosa) su questo ampio rilevamento vaticano, vi si legge già l’esigenza di una Chiesa “più aperta”. Dove una questione particolarmente avvertita, ad esempio dai cattolici belgi, è quella che “riguarda le persone omosessuali e i divorziati”. Oppure, nella Conferenza episcopale tedesca, “l’esclusione dai sacramenti dei divorziati risposati” è addirittura percepita come “una discriminazione ingiustificata e una crudeltà”.

Come si vede, si tratta di elementi che collimano con il rilevamento operato invece dalla B&A, il cui spirito è quello di tentare di anticipare, interpretare e comprendere quei dati.
Un’indagine svolta in 12 Paesi che rappresentano Africa, Asia, Europa, America Latina e Nord America. Per il Vecchio continente sono stati scelti Francia, Spagna, Polonia e Italia. Per quanto riguarda i dati disaggregati che riguardano solo il territorio italiano, alla domanda “come giudica il lavoro che sta facendo Papa Francesco?”, il 74% risponde “eccellente”, e il 25% “buono”, mentre solo l’1% replica “mediocre”, e lo 0% “male”. Sul tema del divorzio, al quesito se si è d’accordo o meno con la politica della Chiesa secondo cui “una persona che ha divorziato e si è risposata vive nel peccato e non può ricevere la comunione”, il disaccordo raggiunge il 79%, e solo il 16 si dice d’accordo. Sul fatto poi se i preti possano sposarsi il 57% degli italiani risponde sì, e il 38 no. E sulle donne sacerdote la replica è a favore con il 59%, con un 35% di contrari. Aborto: il 15% afferma che la necessità dell’intervento dovrebbe essere permessa in tutti i casi, il 68% in casi particolari dove ad esempio la vita della madre sia in pericolo, e solo il 13% risponde negativamente. Per i contraccettivi, la stragrande maggioranza è favorevole: 84%, con solo il 12% contrario. Sul matrimonio fra omosessuali, il 30% lo sostiene, mentre il 66% vi si oppone. Gli italiani intervistati nel sondaggio vanno in maggioranza a messa di frequente (il 65%, ogni settimana o almeno un paio di volte al mese). Chi va in chiesa solo a Natale o quasi è invece il 34%

Dati che appaiono piuttosto significativi. Interessante, in fondo, è capire se chi si chiama fuori dalla dottrina della Chiesa lo faccia per ragioni proprie, oppure se in disaccordo con gli insegnamenti ufficiali. Davvero un punto di riflessione per il Vaticano. Molto utile per l’opera riformista che Francesco vuole imprimere al suo pontificato.

(*) Il sondaggio, che ha coinvolto 12mila cattolici in 12 paesi, è realizzato da “Bendixen & Amandi” per Univision News, la principale tv in spagnolo d’America. E’ pubblicato in partnership con “Washington Post”, “El Pais” e “Repubblica”.
Commento. Come riporta il titolo originale dell’articolo, sempre di più emergono “tutti i no dei

cattolici alla morale della Chiesa”, conseguenza logica di una società ormai cambiata rispetto a duemila anni fa. In occasione del “Sinodo sulla famiglia” che si svolgerà ad ottobre, sapendo che la maggioranza dei cattolici non la condividono più, Papa Francesco ha

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l’occasione per rendere tale morale più vicina al vero insegnamento del Cristo, dando così sostanza al suo indubbio spirito di apertura verso le difficoltà della gente. Staremo a vedere. Se son rose…

3948 – LA CHIESA PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO – DI ENZO MARZO
da: critica liberale.it di lunedì 10 febbraio 2014
Dopo le molte chiacchiere cominciano le prime grandi delusioni. Almeno per chi si era illuso. Sempre più evidente si manifesta il rischio che la Chiesa cattolica, con la sua mentalità ipocrita, resti sempre la stessa. Nonostante Francesco. Grande delusione, infatti, hanno provocato le parole pronunciate da Nunzio Galantino nel suo debutto pubblico come segretario generale della Conferenza episcopale italiana. Eppure Galantino dovrebbe essere un homo novus, un uomo di punta della politica di Bergoglio in Italia. Sentite cosa ha detto: “Non è il vescovo che deve fare denuncia all’autorità civile, in caso di un prete della sua diocesi sospettato o accusato di pedofilia: lui non è né un pubblico ufficiale né un pubblico ministero”. Né un cittadino normale, aggiungiamo noi. Poi ha continuato: “Il ruolo del vescovo è molto più importante, certamente non è colui che deve difendere d’ufficio il prete accusato dalla vittima, ma il suo impegno è quello di far emergere la verità nel suo ambito ecclesiale che non è l’ambito giudiziario”. Insomma, si ripropone l’oscena linea di sempre.
Così ancora una volta la chiesa, soprattutto italiana, conferma il suo rifiuto delle regole prima di tutto del vivere civile e di comportarsi come farebbe ogni buon cittadino di fronte a un crimine nefando com’è quello della pedofilia. Sicuramente in caso di furto di un arredo sacro il vescovo corre a denunciare la sottrazione ai carabinieri. Ma si sa, quando si tratta di quattrini il vescovo si preoccupa davvero. Se invece accade “solo” lo stupro di un bambino o di una bambina da parte di un prete, il vescovo non considera suo dovere andare a denunciarlo, bensì aspetta che sia il magistrato (ma avvisato da chi?) a muoversi. Anche questa, dichiarata pubblicamente, è una forma di collusione inaccettabile. Dopo le tante belle parole del Papa ci saremmo aspettati di più dalla Chiesa italiana. Solo una cosa non riusciamo a capire: come mai i genitori, da veri incoscienti, fanno correre gravissimi pericoli ai loro figli mandandoli in parrocchia e affidandoli a individui che si sono dimostrati in troppe occasioni delinquenti incalliti e che continuano sfacciatamente a proteggersi l’uno con l’altro.

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3949 – CHIESA TROPPO LONTANA DAI FEDELI – DI HANS KÜNG

da: repubblica.it di lunedì 10 febbraio 2014 – intervista di Andrea Tarquini
Berlino – “Adesso papa Francesco può appellarsi al responso della maggioranza dei fedeli su temi così importanti, nel confronto con i reazionari della Curia. Il Papa emerito Benedetto XVI mi ha da poco scritto, a me eterno ribelle, una missiva affettuosa in cui s’impegna a sostenere Francesco sperando in ogni suo successo». Insomma, in sostanza è quasi dire Francesco come Gorbaciov, l’uomo nuovo contro gli ortodossi, ma con la gente al suo fianco. Ecco la voce di Hans Küng, massimo teologo cattolico critico vivente, sul sondaggio-shock pubblicato ieri su Repubblica e il suo effetto nella Chiesa.
Professor Küng, come giudica il sondaggio sui cristiani nel mondo?
«Presi insieme e analizzati, questi dati rivelano la straordinaria discrepanza tra gli insegnamenti della Chiesa sui temi fondamentali, come la famiglia, e invece la visione reale dei cattolici nel mondo».
Per lei tra i molti risultati del sondaggio quali sono i più importanti?
«Per me la cosa più importante è comunque la stragrande maggioranza di consensi per papa Francesco: l’87 per cento dei cattolici interrogati in tutto il mondo e il 99 per cento degli italiani sono d’accordo con lui. È un’enorme manifestazione di fiducia per il Sommo Pontefice Francesco. Per me è un piccolo miracolo, dopo gli anni della crisi di fiducia che aveva investito la Chiesa negli anni di papa Benedetto. Adesso in meno d’un anno papa Francesco è riuscito nell’inversione di tendenza dei sentimenti dei fedeli di tutto il mondo».
E il papa emerito Benedetto secondo lei sarà felice o triste del responso del sondaggio? «Naturalmente lo rattristerà vedere questi risultati, specie ripensando oggi agli ultimi mesi vissuti da lui come Pontefice, nel suo mandato. Però sicuramente si rallegrerà del fatto che adesso si va avanti, e lui secondo me pensa più al destino della Chiesa che non di quanto riguardi se stesso».
È solo una sua supposizione o può provare quanto dice sui sentimenti di Joseph Ratzinger in questo momento?
«Io credo che spiegherò al meglio il pensiero di Benedetto citandole frasi della sua recentissima lettera a me».
Benedetto le ha scritto, dopo anni di contrasti? E che cosa le ha scritto?
«Ecco, attenda solo un momento, mi lasci prendere qui sulla mia scrivania affollata quel manoscritto con la carta della Santa Sede intestata a lui personalmente dalla sua residenza di Papa emerito. Data, 24 gennaio 2014. Intestazione, “Pontifex emeritus Benedictus XVI”. “Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera ». Credo siano parole molto belle. Certo, scritte prima della pubblicazione del sondaggio. Tanto più questa scelta di schieramento del Papa emerito Benedetto mi convince».
E che cosa significa il sondaggio per i vescovi, e in generale per le gerarchie ecclesiastiche? «Io vorrei distinguere tra tre categorie di prelati. Per i vescovi pronti alle riforme, e ne esistono in tutto il mondo, i risultati del sondaggio significano un grande incoraggiamento: dovranno impegnarsi apertamente per le loro convinzioni, e non restare troppo timidi. Secondo, per i conservatori che hanno le loro riserve: dovrebbero riflettere sulle loro riserve, e dovrebbero ascoltare gli argomenti dei rinnovatori. Terzo, per i vescovi reazionari, presenti non solo in

Vaticano ma in tutto il mondo, dovrebbero abbandonare la loro resistenza caparbia e scegliere la ragionevolezza».

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E che cosa significa il sondaggio per la base, per i cristiani? Incoraggiamento alla riforma dall’interno, come sognò invano Gorbaciov per il socialismo reale e l’Impero sovietico?
«È importante il segnale che il movimento per la riforma all’interno della Chiesa ha dalla sua parte la grande maggioranza dei fedeli. Il movimento di riforma è appoggiato dalla base — movimenti di riforma come “Noi siamo Chiesa” — più di quanto non sia apparso finora, più di quanto non sia appoggiato all’interno della Chiesa ufficiale. È un fatto a livello internazionale».

Professore, Lei da decenni chiede cambiamenti e aperture nella Chiesa, fu il primo e ne pagò le conseguenze. Per Lei questo sondaggio è una vittoria, una vittoria amara, o cos’altro? «Non mi considero come vincitore, non ho condotto la battaglia per me ma per la Chiesa. Ho fatto evidentemente molte esperienze amare, ma è bello vedere un cambiamento nella direzione del Concilio Vaticano II. Ho avuto la grande gioia di poter vedere ancora da vivo il successo delle idee di riforma della Chiesa per cui ho combattuto così a lungo, di poter vedere l’inizio della svolta. Per me è un nuovo impulso vitale, come dice Benedetto, per quest’ultimo tratto del percorso della vita che noi ora abbiamo davanti».

Papa Francesco che conseguenze dovrebbe trarre dai risultati di questo sondaggio?

«Se posso dargli un umile consiglio, dovrebbe andare avanti con coraggio sulla via su cui si è incamminato e non avere paura delle conseguenze ».
Concretamente che significa?
«Spero che usi l’arte del Distinguo che abbiamo imparato entrambi alla Pontificia Università Gregoriana: dove c’è secondo il sondaggio consenso nella Comunità ecclesiale dovrebbe proporre una soluzione positiva al Sinodo. Dove c’è dissenso dovrebbe permettere e suscitare un libero dibattito nella Chiesa. Dove egli stesso è di altra opinione rispetto alla maggioranza dei cattolici, come sul sacerdozio per le donne, dovrebbe nominare una task force di teologi e di altri scienziati, di uomini e donne, per affrontare il tema».

Hans Küng

3950 – IN VENT’ANNI L’ITALIA È DIVENTATA PIÙ LAICA – DI MARCO ANSALDO

da: la Repubblica di martedì 11 febbraio 2014
I sacramenti? Stanchi riti di passaggio. Il battesimo, la prima comunione, la cresima, il matrimonio in chiesa. Tutti questi eventi religiosi, un tempo tappe fondamentali per ogni cattolico italiano, oggi “presentano una tendenza alla diminuzione”. E il modello tradizionale di famiglia? In drammatico calo. “C’è una crescente indifferenza al
Modello proposto dalla Chiesa cattolica. E si nota la sempre maggior diffusione di un modo alternativo di vivere il privato”. L’approccio alla famiglia, insomma, sta radicalmente cambiando.

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Dopo i sorprendenti risultati emersi dal sondaggio pubbìicato domenica su Repubblica, in cui la maggioranza dei fedeli nel mondo appare in disaccordo con la dottrina cattolica vigente, un nuovo rilevamento in Italia conferma la disaffezione dei credenti. Il progressivo incremento della secolarizzazione risulta in un nuovo studio di Critica liberale, il mensile di sinistra liberale diretto da Enzo Marzo, questa mattina presentato a Bologna. Sul rito del battesimo, ad esempio, la percentuale dei bambini con età inferiore a un anno che hanno ricevuto il sacramento appare in diminuzione continua raggiungendo nel 2009 il 70,3%, con una perdita di 19 punti percentuali rispetto al 1991. E anche per le prime comunioni, passate dal 9,9% del 1991 al 7,4%, si conferma la diminuzione. Trend che viene spiegato da Silvia Sansonetti, ricercatrice presso la fondazione Giacomo Brodolini, con il “sintomo di un allontanamento crescente dalla religione cattolica, come dimostrano numerose ricerche sulla pratica religiosa realizzate anche da studiosi di orientamento cattolico”. L’ultimo indicatore considerato è la percentuale dei matrimoni concordatari sul totale delle nozze concordatarie e civili. Il dato rivela una tendenza alla crescita dei secondi a svantaggio dei primi.

Ma se il modo di fare famiglia in Italia cambia, cambia pure il modo di vivere la genitorialità, affrontata come “una scelta sempre più consapevole, prova ne è il ricorso alle misure anticoncezionali”. La percentuale delle donne che consumano quelli orali ne indica un aumento (dal 10,3% nel 1992 al 18,9% nel 2004). Le gerarchie ecclesiastiche, si legge nel rapporto, “tentano di porre un freno a tutti questi mutamenti, soprattutto riguardo alle

scelte in materia di procreazione”. Tanto è vero che è in crescita continua la presenza dei centri di difesa della vita e dei consultori familiari.
Molto interessante poi l’analisi sulle “due altre scelte per le quali la Chiesa cattolica oggi tende a esporsi meno sotto il profilo pubblico”: la frequenza dell’ora di religione nelle scuole pubbliche e il finanziamento dello Stato con l’8 per 1000 alla Chiesa. Con una strategia che, si legge, “non sembra abbia condotto a risultati utili, per quanto riguarda la partecipazione all’ora di religione: dopo essersi mantenuta costantemente intorno al 93% fino al 2003, negli ultimi quattro anni è diminuita anche se in misura limitata, raggiungendo

Nel 2010 l’89,8% e nel 2011 l’89,3%”. E sull’8 per 1000 la Chiesa, nel periodo della dichiarazione dei redditi, propone una campagna pubblicitaria sul proprio ruolo nella società italiana. “Questo strumento – commenta Critica liberale analizzando le curve degli ultimi anni – non sembra essere molto efficace”.

La rivista propone poi una seconda ricerca: sulla presenza di chiese e confessioni religiose in telegiornali, fiction, talk show, film. Un progetto sostenuto con i fondi dell’8 per 1000 della Chiesa Valdese – Unione delle chiese metodiste, che ha voluto registrare i dati effettivi della sperequazione televisiva. II periodo monitorato comprende i primi mesi del nuovo Papa fino a settembre 2013. Ovviamente sulle tv la Chiesa cattolica ha dilagato. Anche qui l’arrivo di Francesco ha ribaltato la tendenza al ribasso di temi religiosi sui canali tv rispetto al 20I2, quando si parlava soprattutto dello scandalo pedofilia e di Vatileaks. La comparsa sulla scena del Papa argentino è stata una sorpresa duratura. Perché Francesco, ancora adesso, appare in “luna di miele”.

Ma discorso sulla tv a parte, in Italia la laicità prende sempre più campo. Chissà che cosa ne pensa davvero Jorge Mario Bergoglio, che spesso insiste sulla “forza dei sacramenti”, e che proprio ieri, nell’omelia a Santa Marta, ha invitato i fedeli a “non guardare I’orologio” in attesa che la messa sia finita?

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3951 – LA SVOLTA DELLA CHIESA SUI DIVORZIATI – DI MARCO ANSALDO

da: la Repubblica di venerdì 21 febbraio 2014
Racconta il cardinale Walter Kasper: «Quando ero vescovo è venuto da me un parroco il quale mi ha parlato di una madre che era divorziata risposata, e stava preparando il figlio alla prima comunione. Il figlio avrebbe fatto la comunione e lei no. Ora, mi domando: è possibile questo?». Non è un caso che Papa Francesco abbia affidato a Kasper, porporato ultraottantenne e privo di incarichi ufficiali, l’importante relazione con cui si è aperto ieri il Concistoro straordinario sulle famiglie, che prelude a quello ordinario di sabato e domenica con la creazione di 19 nuovi cardinali. Perché è stato proprio Kasper, all’inizio degli anni Novanta, a proporre assieme ad altri prelati tedeschi progressisti, come il cardinale Karl Lehmann, uno studio sulla possibilità della comunione alle persone divorziate e risposate. Quel documento, quando alla testa della Congregazione per la Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio) c’era il cardinale Joseph Ratzinger, fu bocciato. E i successivi rapporti fra Kasper e Benedetto XVI conobbero alti e bassi.
Ora però, da quando è arrivato Jorge Mario Bergoglio, che lo conosce bene e consiglia di leggere i suoi libri di teologia, il cardinale tedesco è diventato uno dei punti di riferimento del nuovo corso vaticano. E ieri, per quasi due ore, 150 porporati riuniti nell’Aula nuova del Sinodo lo hanno ascoltato in silenzio. «Bisogna andare al di là del rigorismo e del lassismo – ha detto Kasper – coniugando in modo credibile il binomio inscindibile tra la fedeltà alle parole di Gesù e la misericordia nell’azione pastorale della Chiesa».
Ma qual è allora la strada che indica la Chiesa su una questione dottrinale così delicata? «Si tratta – spiega il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi – di trovare vie nuove. La via della penitenza – come viene anche chiamato il sacramento della confessione – può essere il cammino per la soluzione alla difficile situazione in cui i divorziati risposati si trovano». Ecco così che il Pontefice argentino cerca di incidere non solo nella struttura della Chiesa e della Curia Romana, ma anche sui problemi concreti dei fedeli. «Il Papa – ha aggiunto Kasper al sito Vatican Insider – ha aperto una discussione in cui non ci sono decisioni a priori, bisogna discernere».
Oggi la discussione continua.
Ma tutto è pronto per il primo Concistoro ordinario di Francesco nelle giornate di sabato e domenica. Il Pontefice argentino creerà 19 nuovi cardinali, di cui 16 “elettori” e 3 ultra- ottantenni. I 16 provengono da 12 nazioni: sei europei; sei dalle Americhe, di cui cinque da quella Latina; due africani e due asiatici. Diversi i nomi di peso, come quello del nuovo Segretario di Stato, Pietro Parolin, del segretario generale del Sinodo, Lorenzo Baldisseri, del prefetto della Congregazione per il Clero, Beniamino Stella, dell’arcivescovo di Perugia, Gualtiero Bassetti, fra gli italiani. Ma poi c’è l’arcivescovo brasiliano Joao Tempesta, oltre al successore di Bergoglìo nella diocesi di Buenos Aires, Mario Aurelio Poli, e all’arcivescovo di

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Santiago del Cile, Ricardo Ezzati Andrello. E un altro big, come l’attuale prefetto del Sant’Ufflzio, il tedesco Gerhard Ludwig Mueller, messo da Ratzinger, e fermissimo assertore della validità delle norme vigenti.
Riuscirà Papa Francesco a trovare un compromesso?

3952 – LA PILLOLA DEL GIORNO DOPO NON È UN FARMACO ABORTIVO

da: Aduc avvertenze n°7/2014 di venerdì 7 febbraio 2014
La pillola del giorno dopo non è un ‘abortivo’ ma un semplice ‘contraccettivo’. Oltre a gran parte della comunità scientifica, a dirlo, sarà anche il foglietto illustrativo del farmaco. E’ stata, infatti, pubblicata in Gazzetta Ufficiale la revisione da parte dell’Agenzia del Farmaco (Aifa) della scheda tecnica del contraccettivo d’emergenza a base di Levonogestrel. L’aggiornamento del bugiardino cancella la vecchia dicitura “il farmaco potrebbe anche impedire l’impianto”, sostituendola con “inibisce o ritarda l’ovulazione”, così come riconosciuto, già dal 2011, anche per l’Ulipristal acetato, comunemente chiamato ‘pillola dei cinque giorni dopo’.
“Si colma così un gap noto da anni a tutta la comunità scientifica e si corregge una vecchia scheda tecnica che risale al 2000”, sottolinea Emilio Arisi, presidente della la Società Medica Italiana per la Contraccezione (Smic) che ne dà l’annuncio. “Finalmente – prosegue – in quella che potremmo chiamare la ‘carta d’identità del farmaco è stato corretto il suo ‘stato civile’: è un contraccettivo e non un abortivo”. Cade, così definitivamente, sottolinea la Smic in una nota, “l’appiglio” che consentiva ai medici obiettori di coscienza di precludere il diritto ad accedere alla contraccezione d’emergenza, “nascondendosi dietro la sua presunta abortività”. A questo punto, per la pillola del giorno dopo “si abolisca l’obbligo di ricetta”. A chiederlo in una nota è l’Associazione Luca Coscioni, plaudendo alla decisione dell’Aifa di rivedere il bugiardino della pillola del giorno dopo, “sostituendo la vecchia dicitura ‘il farmaco potrebbe anche impedire l’impianto’ con ‘inibisce o ritarda l’ovulazione'”. Una decisione che “risponde scientificamente a tutti quei dubbi che erano serviti agli obiettori di coscienza per negare la contraccezione d’emergenza. Ora le donne hanno riacquisito il diritto di accedere al farmaco senza l’ostruzionismo di coloro che si nascondevano dietro la presunta e ormai cancellata confusione con un farmaco abortivo”. “Vengono a cadere tra l’altro – prosegue l’associazione – i presupposti della cosiddetta clausola di coscienza permessa al medico dalla nota del Comitato nazionale di bioetica del febbraio 2011”.
Secondo l’associazione a questo punto la “soluzione da applicare” è “quella di abolire l’obbligo della ricetta medica per questo tipo di farmaco, come avviene già in altri Paesi: eliminando così l’imposizione per un medico di prescrivere un farmaco eticamente contrario alle sue posizioni”.

3953 -LA MORTE DI ELUANA CONTINUA A DIVIDERE L’ITALIA–DI LAURA MONTANARI

A cinque anni dalla morte di Eluana Englaro non c’è ancora una legge sul testamento biologico. Erano le 20.10 del 9 febbraio 2009 quando la ragazza, originaria di Lecco e in coma da 17 anni, moriva in una clinica di Udine a seguito della sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione che la tenevano in vita. Una decisione che aveva richiesto al papà Beppino e alla mamma Saturnia undici anni di lotte nelle aule dei tribunali per veder rispettata quella che ritenevano la volontà della propria figlia, contraria all’accanimento terapeutico. Ma a distanza di cinque anni, come denuncia Filomena Gallo,

segretario dell’Associazione Luca Coscioni, “non sembra esserci neppure la volontà del parlamento di legiferare su questi temi”. In concomitanza con la morte di Eluana, nel marzo 2009, era stato approvato in prima lettura un disegno di legge, noto come ddl Calabrò,

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osteggiato da alcuni associazioni e dalla Fp Cgil (che aveva raccolto 10mila firme contrarie). Il testo si era poi arenato in Senato fino al sopraggiungere della fine della legislatura. E il tema del testamento biologico non è stato più affrontato.
“Ci sono decisioni dei tribunali che compongono una giurisprudenza su cui ci possiamo basare, ma di fatto ci vorrà legge”, spiega ancora Gallo. E a lei si associa il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, secondo il quale “legiferare sul testamento biologico servirebbe più che per ribadire il diritto a lasciare delle volontà che vengano poi rispettate, un diritto già garantito in Costituzione, a fare chiarezza sugli obblighi in capo ad altri soggetti che se ne prendono cura, come per esempio i medici”.

In assenza di una legge, aggiungono i rappresentanti dell’Associazione Luca Coscioni, “oltre 110 comuni in Italia (fra i quali Milano) hanno attivato il registro sul testamento biologico: questo significa fornire un servizio ai cittadini, agevolarli nel far rispettare la loro volontà”.
I registri comunali sul testamento biologico sarebbero però “inefficaci” secondo Eugenia Roccella, parlamentare di Ncd, che all’epoca del caso Englaro era sottosegretario alla Salute: Roccella ricorda a questo proposito un parere dato dal ministero della Salute e da quello del Welfare ai Comuni, nel quale si rilevava l’inefficacia completa dei registri sul testamento biologico in assenza di una normativa che li regolasse. “Abbiamo sempre pensato che una legge sul testamento biologico non fosse necessaria perché bastavano gli articoli della Costituzione sulla libertà di cura e il diritto dei medici di agire in scienza e coscienza”, aggiunge Roccella riaprendo di fatto il dibattito sull’opportunità o meno di legiferare su testamento biologico.

Ed esattamente cinque anni dopo la morte di Eluana, nonostante la richiesta di silenzio sulla vicenda da parte di papà Beppino, una delegazione di 20 venti manifestanti di Militia Christi si è recata davanti alla clinica La Quiete, dove morì la giovane, esponendo uno striscione con la scritta ‘Per Eluana … mai più eutanasia’. E un parlamentare di Scelta Civica, Gian Luigi Gigli, ha definito inattuabile in Friuli “la proposta di inserimento del testamento biologico nella tessera sanitaria”, come aveva chiesto l’associazione ‘Per Eluana’.

Commento. Attendiamo di conoscere il pensiero del papa “progressista” Francesco sulla ignominiosa iniziativa di Militia Christi: speriamo che almeno non si opponga alla istituzione del registro dei biotestamenti a Roma, sollecitato al sindaco Marino da LiberaUscita e ass.ne Coscioni. Circa l’inserimento delle dichiarazioni anticipate di trattamenti sanitari nella tessera sanitaria, la nostra associazione ha avanzato, – da tempo – la stessa richiesta dell’associazione “Per Eluana”. G. Sestini

3954 -I LIMITI DI UNA GLOBALIZZAZIONE SOLO ECONOMICA – DI VINCENZO MATERA

da: www.corriere.it di domenica 16 febbraio 2014
Una certa idea della globalizzazione presentata come un flusso di denaro, idee, persone, beni, opportunità che scorre lungo argini naturali alimenta l’immaginazione di un mondo aperto e ricco di possibilità; di un mondo come casa comune per milioni di persone, equiparate grazie al riconoscimento dei diritti umani e alla democrazia, tutti esiti automatici del “naturale” processo di razionalizzazione e modernizzazione della vita sociale guidato dal libero mercato.
La realtà si mostra diversa. Sviluppo, progresso, crescita, da ultimo globalizzazione, sembrano andare di pari passo con democrazia, giustizia, diritti, ricchezza: termini che vengono spacciati per neutri, come se descrivessero processi spontanei, mentre tali non sono affatto. Sono invece risultati difficili che richiedono grande capacità politica, nel senso più elevato del termine. Che cos’è, infatti, cos’è stata finora, almeno, la globalizzazione? Subordinazione di tutte le sfere dell’esistenza sociale alla sola legge del mercato. Ecco la

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verità fondamentale. Una mercificazione massiccia che erode progressivamente le reti della solidarietà e della convivenza sociale.
La globalizzazione, che promette, per dirla con Amartya Sen e Martha Nussbaum, a tutti la libertà di sviluppare le proprie capabilities, si è rivelata una globalizzazione senza uguaglianza, senza giustizia, senza progetto politico, e ha provocato risentimenti, conflitti, movimenti di protesta, contestazioni, esclusioni. Le forze della globalizzazione, lungi dall’alimentare una corrente naturale, sembra abbiano intensificato invece di attenuare le richieste di salvaguardare il locale e irrigidiscono le culture, le identità e gli stereotipi.

L’idea che la razionalizzazione propria della modernità sia stato un passo verso l’uguaglianza e la democrazia ci appare allora un utopismo storico-filosofico; i dispositivi, le procedure universali e impersonali posti a regolamentare gli spazi trasnazionali, come, per fare un esempio, il principio di libera circolazione delle persone, non cancellano infatti i legami primari, quelle relazioni che si formano nella famiglia, nel vicinato, nell’amicizia, ne erodono la capacità di produrre convivenza e ospitalità, ne enfatizzano le tendenze etnocentriche e xenofobe, a meno che la politica non intervenga a mediare, a rassicurare, attraverso la creazione di orizzonti di condivisione convincenti. La paura dell’altro acquista allora un peso significativo all’interno di una società globale che si va formando finora trainata esclusivamente dall’economia, con una politica a mo’ di ruotino di scorta.

L’esito del referendum Svizzero sul tetto all’immigrazione ne è un indice, evidente; segnala che ostacoli ancora molto solidi in piena era – almeno nei discorsi e nelle retoriche accademiche e politiche – di globale e cosmopolitismo inchiodano milioni di persone alle loro origini e alle loro vite reali. Secondo una scala che va dal disagio espresso dall’impiegato italiano in una ditta di Lugano, che ha un buon contratto ma sente di avere meno possibilità di carriera perché non è Svizzero, alla disoccupazione, alla povertà, all’oppressione, alla deprivazione. Blocchi economici (gli stranieri notoriamente vengono pagati meno dei locali, in Italia, ma anche in Svizzera), chiusure politiche (la negazione della cittadinanza, per dirne uno) e retaggi culturali (gli stereotipi, nel caso specifico nei confronti degli italiani raffigurati come “ratti” divoratori di risorse), oscurano il “luminoso” cammino della società globale.

La paura dell’altro nella società globale va collocata inoltre dentro la cornice dell’ideologia del progresso e dello sviluppo, profondamente radicata nella società occidentale.
E’ questa la cornice ideologica che presenta nella veste di correnti universali – oggi il trend irresistibile è quello della globalizzazione – dei processi che sono invece funzionali alla realizzazione di progetti egemonici dai quali ci guadagnano pochi e ci perdono moltissimi. Dimostrazione evidente di ciò è il fatto che attualmente – a distanza di quasi un secolo dall’esportazione mondiale del credo dello sviluppo – più di un miliardo di persone vive in assoluta povertà, con un reddito di meno di un dollaro al giorno, mentre poche centinaia di persone dispongono, complessivamente, di un patrimonio equivalente alla metà circa del reddito della popolazione mondiale.

Sarebbe un grave errore, l’ennesimo, da parte della classe politica Europea limitarsi a bacchettare la Svizzera, come pare stiano facendo in molti a giudicare dalle prime reazioni, e non cogliere ciò che l’esito del referendum indica: il fallimento di una politica che ha abdicato mettendosi al servizio dell’economia. Il valore della Politica, “arte suprema” per dare un senso al vivere sociale, sta (dovrebbe stare) in tutt’altro. Progettare e fondare in modo equilibrato la convivenza sociale; compresa quella, potremmo aggiungere, all’insegna del mercato globale e nel rispetto del principio della libera circolazione delle persone.

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3955 – TEMI ETICI, UNA SFIDA PER RENZI – DI GUGLIELMO PEPE

da: la Repubblica di martedì 18 febbraio 2014
Solo un altro governo potrà cambiare le leggi sulla droga e sulla fecondazione assistita, avevo scritto due settimane fa. Adesso c’è la possibilità di avere un nuovo governo, senza il passaggio elettorale, con a capo Matteo Renzi. La domanda è semplice: i temi eticamente sensibili rientreranno nella sua agenda politica se assumerà l’incarico di guidare il Paese fino al 2018? Ormai sappiamo che alcune norme vanno cancellate. E la Consulta sta già togliendo diverse castagne dal fuoco alla politica. L’ultima decisione riguarda la Fini- Giovanardi smontata nel suo presupposto, l’equivalenza tra droghe leggere e pesanti. Verrà poi il turno della 40, che domani “festeggia” 10 anni di disumanità per le coppie costrette ad andare all’estero per procreare. C’è anche il Testamento biologico, ricordato nei giorni scorsi soltanto perché ricorrevano cinque anni dalla morte della sfortunata Eluana Englaro.
Certo, se la comunità scientifica mettesse su queste leggi lo stesso impegno profuso nel contrastare Stamina, la politica si sentirebbe più motivata e meno sola nell’agire. Tocca a Renzi accettare la sfida, perché non potrà accantonare i temi etici per i prossimi 4 anni.

3956 – LASCIATECI DECIDERE COME MORIRE – DI MARIA LAURA CATTINARI

Intervista di Giovanni Fez – da: il cambiamento.it di mercoledì 19 Febbraio 2014
«Poter dire basta quando si soffre troppo per andare avanti o quando si dipende da una macchina potrebbe sembrare cosa scontata, in realtà non lo è affatto. Non lo è perchè l’autodeterminazione delle persone in tema di salute, sanità e vita non è affatto scontata. Almeno non in Italia».
Ha le idee chiare e una grande determinazione Maria Laura Cattinari, presidente nazionale dell’associazione Libera Uscita che da anni si batte per una legge che accolga e regolamenti il testamento biologico. La sua battaglia dura da anni. Di cultura umanistica, profondamente ma anche “diversamente” credente come ama sottolineare, mente aperta e lucida, Maria Laura Cattinari si è temprata in questi anni con casi del calibro di Piergiorgio Welby e Eluana Englaro, sempre in prima fila per rivendicare il diritto all’autodeterminazione della persona. E’ a lei che abbiamo chiesto a che punto sia l’Italia in merito alla possibilità di garantire il diritto all’autodeterminazione nella fase terminale della nostra vita.
«Vorrei rispondere con un po’ di ironia: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare. E non è inutile sapere che si sta parlando di un problema che non si pone solo da oggi: la prima sentenza sull’argomento risale al 1914 nello Stato della California.
Vi si leggeva: “ogni essere umano adulto e capace di intendere e di volere ha diritto di decidere che cosa viene fatto al suo corpo”. Ne derivava che ogni atto medico senza consenso della persona era da considerarsi un illecito penale. Ma quel giudice non poteva ancora fare riferimento alle persone non più in grado di intendere e di volere poiché all’epoca non esistevano le terapie intensive. La ventilazione artificiale è stata una conquista della fine

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degli anni ’50, l’alimentazione e l’idratazione artificiale della fine degli anni ’60 e così via. Non esistevano gli stati vegetativi poiché sono il risultato, certo non voluto, dei tentativi di rianimazione. Lo stato vegetativo non esiste in natura. Oggi in Italia ci sono circa 3000 persone in questo stato, quello per intenderci di Eluana Englaro. Quanti di loro hanno scelto di sopravvivere così?

Sull’autodeterminazione terapeutica abbiamo in Italia due realtà contrastanti, da un lato la situazione di diritto e dall’altra la situazione di fatto. Dal punto di vista del diritto ci sono innanzi tutto gli articoli della Costituzione. E’ facendo riferimento al dettato costituzionale che, in questi ultimi anni, numerose e importanti sentenze della magistratura hanno riconosciuto questo diritto. La sentenza poi alla quale oggi si deve fare riferimento è la 438 del dicembre 2008 della Corte Costituzionale in cui si afferma, parlando di consenso informato, che quello all’autodeterminazione è un diritto fondamentale della persona.

Quindi in Italia noi abbiamo già costituzionalmente garantito il diritto di rifiutare qualsiasi terapia anche se salvavita. Non è forse inutile ricordare che il secondo comma dell’articolo 32 della Costituzione recita: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Se ne ricava che la legge può solo imporre trattamenti sanitari per tutelare il bene fondamentale rappresentato dalla salute altrui. Se questa è la situazione di diritto, faticosamente emersa in questi ultimi anni come frutto di lotte di persone coraggiose e tragicamente colpite, ben diversa è, al momento, quella di fatto, in parte frutto della medicina paternalistica, abituata a decidere per il paziente secondo il principio di “beneficenza”. Una platea poi di persone smarrite ed ignare non poteva, non può, che affidarsi e sperare. La pratica, in uso da alcuni anni, del dissenso-consenso informato alle terapie per le persone ancora in grado di intendere e di volere, è oggi più funzionale alla medicina difensiva che all’autodeterminazione della persona e questo è sotto gli occhi di tutti. Già non poche sentenze della magistratura lo vanno affermando. Non è certo sufficiente far firmare fogli illeggibili, spesso all’ultimo momento prima di un intervento, per parlare di consenso informato. Le cose però stanno mutando. Alla medicina paternalistica si sta progressivamente sostituendo quella “personalistica” che mette al centro la persona, la sua volontà, i suoi bisogni. Oggi, in Italia, ci sono le condizioni perché persone come Piergiorgio Welby non abbiano più bisogno, per essere aiutati ad interrompere terapie non volute o per rifiutarle, di essere assistiti da medici coraggiosi come lo fu il dottor Mario Riccio che, per aver fatto il suo dovere, come disse il Gup Zaira Secchi che lo prosciolse da ogni addebito, rischiò l’imputazione per omicidio del consenziente. E’ recente la morte di Paolo Ravasin, affetto da SLA, morto dopo aver rifiutato l’alimentazione artificiale. Aveva fatto il suo testamento biologico online poiché non in grado di scrivere e aveva nominato un fratello amministratore di sostegno».

Cosa accade quando la persona non è più in grado di intendere e di volere? Come gestire il possibile accanimento terapeutico?
«Il diritto fondamentale all’autodeterminazione terapeutica non può venir sottratto al soggetto più debole e indifeso cioè a tutti noi quando e se verremo a trovarci in uno stato di incapacità d’intendere e di volere o anche semplicemente di comunicare. Questo è quanto si ricava anche dallo spirito dell’articolo 3 della nostra Costituzione secondo il quale il legislatore non può, nel fare le leggi, operare discriminazioni sulla base delle diverse condizioni in cui le persone versano: sei cosciente allora scegli, non lo sei allora altri sceglieranno per te e ti imporranno anche quello che tu volevi non ti fosse fatto. Questo passaggio è incostituzionale. Dunque noi abbiamo già il diritto di autodeterminarci anche in vista di uno stato di incapacità ed è quanto nell’ottobre 2007 affermò il giudice Maria Gabriella Luccioli nella famosa

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sentenza della Cassazione sul caso Englaro. Il giudice invitò la Corte d’appello di Milano a verificare, attraverso le testimonianze, la volontà di Eluana, dando così valore alle direttive anticipate di volontà.
Ancora una volta il diritto c’è, il problema è come farlo valere. Si voleva una legge che dettasse regole più semplici a garanzia del rispetto della volontà della persona e a tutela dei medici che quella volontà intendono rispettare. Invece abbiamo assistito al tentativo, con il liberticida ddl Calabrò, di cancellare il diritto stesso. Ma già prima del ddl Calabrò che risale al marzo 2009, la società civile aveva cominciato ad organizzarsi per difendersi da ciò che si stava preparando. Così si pensò di rivolgersi ai Comuni. Al Comune si chiese di dare certezza di data e firma alle direttive anticipate di volontà, cioè il testamento biologico. La prima delibera che istituì il registro comunale dei testamenti biologici si ebbe nel gennaio 2009 a Roma. Nei mesi che seguirono quasi ogni giorno si aveva notizia di un registro che prendeva vita. Così il fronte che sosteneva il ddl Calabrò cominciò a preoccuparsi ed ottenne l’incostituzionale circolare interministeriale del 19 novembre 2010, documento diretto ai prefetti affinché lo inoltrassero a tutti i Comuni e che dichiarava illegittimi i registri ed inutili i testamenti biologici depositati. E minacciava anche gli amministratori informandoli che avrebbero potuto essere chiamati a rispondere personalmente delle eventuali spese sostenute per attivarli. Ma furono pochi gli amministratori che si lasciarono intimidire, i registri continuarono a crescere e oggi ce ne sono centinaia».

Perché si stende un testamento biologico?

«Non è solo per porci al riparo dalla possibilità di essere costretti a una sopravvivenza in stato vegetativo. Le persone malate terminali che muoiono ogni anno in Italia sono circa 250.000, ma come muoiono? Quando si stende un testamento biologico lo si fa principalmente perché quella persona vuole sottrarsi a un possibile prolungamento artificiale dell’agonia. C’è chi è in coma, intubato, afflitto da strazi e sofferenza senza speranza di cura o miglioramento. Allora il testamento biologico può servire a evitare di essere condannati a sopravvivere a noi stessi alimentati artificialmente in uno stato di non coscienza. Per cui per lo più in un TB si scrive: “Qualora non fossi più in grado d’intendere e di volere e non vi fosse possibilità di recuperarmi ad una vita cosciente e di relazione non voglio alcuna terapia se non quelle finalizzate a lenire le mie sofferenze anche se dovessero anticipare il mio decesso”».

Che valore giuridico hanno i testamenti biologici depositati presso i registri?

«Lo stesso codice deontologico dei medici nella sua revisione del 2006 ha inserito l’articolo 38 dal significativo titolo “Autonomia del cittadino e direttive anticipate”: si dice che se il paziente non è in grado di intendere e di volere, il medico è tenuto a tener conto di quanto precedentemente dichiarato purché in modo certo e documentato. Con questo si è assunto quanto previsto dall’articolo 9 della Convenzione di Oviedo sui diritti umani e la biomedicina del 1997. I testamenti biologici depositati presso un registro comunale rispondono a tali criteri e quindi devono essere inseriti in cartella clinica. Certo non possiamo dire, allo stato attuale, che siano senz’altro vincolanti per il personale sanitario. Ma il fiduciario, figura chiave, qualora si trovi davanti ad un medico che non intende rispettare le volontà, potrà recarsi dal giudice tutelare e chiedere di essere nominato amministratore di sostegno, persona autorizzata a negare l’autorizzazione ai medici di fare sul nostro corpo quello che noi abbiamo dichiarato per iscritto di non volere. Inoltre è certo che se si dovesse ricorrere in giudizio nessun giudice potrà mai non riconoscere il valore probatorio di un simile documento».

E’ necessaria una legge sul testamento biologico?

«Certo, noi vogliamo una legge che dica chiaramente che le direttive anticipate di volontà sono vincolanti per i medici e che tutte le terapie sono rinunciabili. Una legge come quella recentemente entrata in vigore in Svizzera, dove per altro il testamento biologico è nell’uso

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corrente da anni e senza contenzioso; vi si dice che si può anche semplicemente nominare un proprio fiduciario che sia la nostra voce in caso di nostra incapacità. Naturalmente la legge dovrebbe anche prevedere che le nostre dichiarazioni siano inserite nella tessera sanitaria elettronica e anche in un registro nazionale telematico. La situazione attuale dei registri comunali non può che essere transitoria non fosse che per il fatto che non tutti i Comuni hanno il Servizio e che i regolamenti sono i più diversi.

Un altro punto di non secondaria importanza è la durata della validità del documento. Nella delibera di iniziativa popolare che ha portato al registro, abbiamo previsto che ogni due anni sia l’ufficio stesso del registro a contattare tutti i depositanti per ricordare l’avvenuto deposito e per far presente che se nulla interviene si ritiene confermato. Poi ci sono le modalità di stesura. Non accettiamo che sia obbligatoria la presenza di un medico, può invece essere una possibilità.

Ancora: quando inserire in cartella clinica il testamento biologico? E’ ovvio che vanno inserite in cartella clinica al momento del ricovero».
Può apparire questa una battaglia di retroguardia rispetto a temi più controversi come l’eutanasia e il suicidio medicalmente assistito?

«Non direi; oggi in Italia è una battaglia di avanguardia poiché non si può fare una casa partendo dal tetto. Ovunque nel mondo il primo passo nella battaglia per il diritto di morire con dignità si è combattuta sul fronte delle direttive anticipate di volontà con cui rifiutare terapie non volute e richiedere una sedazione terminale che consenta di non vivere coscientemente la propria agonia. Quello per intenderci di cui ha beneficiato il Cardinal Carlo Maria Martini. Certo nel resto dell’Europa, dove le DAV sono prassi consolidata prima su base giurisprudenziale e poi quasi ovunque normate da leggi, ci si muove sul terreno del suicidio assistito e dell’eutanasia perché non v’è dubbio che non tutto è risolvibile con l’autodeterminazione terapeutica, le cure palliative e la terapia del dolore. Qui si parla della qualità di vita che una persona considera degna d’esser vissuta ma non solo. Ci sono anche implicazioni affettive e sociali che determinano le nostre scelte. Tutte le scelte, anche le più libere sono condizionate da tanti fattori, importante è che sia sempre più ampia la consapevolezza dei condizionamenti che le determinano, più ampia sarà questa consapevolezza più libera sarà la scelta».

3957 – REGIONE TOSCANA: IL FASCICOLO SANITARIO E LE VOLONTÀ DI FINE VITA

In data 14 febbraio il capogruppo SEL nel Consiglio regionale della Toscana, Mauro Romanelli, ci scrive: “Sperando far cosa gradita, allego il Piano Sanitario Regionale così come uscito dalla Giunta di Venerdì scorso. Grazie ad un nostro emendamento, è stato previsto esplicitamente l’inserimento delle Volontà di fine vita e il Testamento Biologico nella

Carta Sanitaria Elettronica (si può leggere a pag. 300 del Piano in allegato). Adesso il Piano inizia il percorso nelle Commissioni Consiliari, dove tra l’altro è possibile richiedere

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un’audizione. Sono ben accetti suggerimenti per ulteriori modifiche ed integrazioni su questo o su altri temi”.

Abbiamo letto il Piano Sanitario e Sociale integrato inviatoci da Romanelli (LiberaUscita può inviarlo ai lettori che lo richiedono), ed infatti al punto 7.3.1 è scritto, fra l’altro:
“I contenuti oggi presenti sul Fascicolo (sanitario elettronico) sono: l’anagrafe sanitaria, le esenzioni per patologia, gli accessi in pronto soccorso, i referti di laboratorio, le schede di dimissione ospedaliera e i farmaci, le vaccinazioni, i referti di radiologia, il diario del cittadino”. Inoltre: “In accordo con le finalità del Fascicolo, ovvero migliorare la qualità dell’assistenza, della prevenzione, della diagnosi, della cura e della riabilitazione e semplificare l’esercizio del diritto alla salute da parte dell’interessato, si prevede l’ampliamento dei contenuti sanitari e socio-sanitari pubblicati al suo interno, tra cui le volontà di fine vita e il testamento biologico. Si prevede inoltre l’attivazione di ulteriori servizi on-line rivolti ai cittadini a cui accedere attraverso la Carta sanitaria elettronica (ossia la tessera sanitaria di cui tutti i cittadini toscani sono dotati, con la quale possono attivare il proprio Fascicolo Sanitario Elettronico e accedere alle informazioni sanitarie che li riguardano).

Nel ringraziare Mauro Romanelli per l’iniziativa e l’informativa, aderendo al suo invito gli abbiamo suggerito di richiedere l’inserimento di altre volontà (come l’alimentazione e la respirazione forzata) oltre quelle riguardanti i meri “trattamenti sanitari”, ed anche delle volontà riguardanti i “trattamenti post-mortem”, come la donazione di organi,la sperimentazione scientifica sul proprio corpo, la cremazione e le forme di funerale (religioso o civile).L’obiettivo è quello di un fascicolo sanitario elettronico veramente in grado di rispondere alle varie situazioni personali, anche nel caso di sopravvenuta incapacità di intendere e di volere.

Occorre però che qualcuno cominci, e la regione Toscana potrebbe essere la prima e fare da traino. LiberaUscita seguirà con attenzione gli sviluppi della questione.

3958 – ARZIGNANO (VICENZA): AVEVA SCELTO L’EUTANASIA

da: corrieredelveneto.it di giovedì 20 febbraio 2014
I parenti, angosciati, l’avevano cercata per giorni, finendo per denunciarne la scomparsa ai Carabinieri. Ma lei, Oriella Cazzanello, una signora abbiente di 85 anni di Arzignano, aveva scelto di congedarsi dalla vita in silenzio, recandosi in una clinica in Svizzera dove le è stata praticata l’eutanasia. I familiari, con i quali peraltro era in ottimi rapporti, hanno appreso del gesto quando martedì sono giunte per posta aerea al notaio le sue ceneri, dentro un’urna, come da sua volontà. I resti erano accompagnati da una lettera della clinica che spiegava l’accaduto.
La signora avrebbe speso 10 mila euro per una iniezione letale che le è stata praticata in una clinica di Basilea. Prima di compiere il gesto, si era fatta visitare da uno specialista che l’ha dichiarata nel pieno delle sue facoltà mentali. All’origine del suicidio non vi sarebbe stata una malattia ma la solitudine, unita al peso della vecchiaia, che aveva fatto sfiorire inevitabilmente la bellezza di cui la signora Oriella andava fiera.

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3959 – ONU: VATICANO RIVEDA POSIZIONI SU ABORTO, CONTRACCEZIONE E GAY

da: Aduc avvertenze n°7/2014 di mercoledì 5 febbra io 2014
L’Onu ha esortato la Santa Sede a rivedere le sue posizioni sull’aborto, sulla contraccezione e sull’omosessualità.
Nel rapporto del Comitato sui diritti dell’infanzia invita la Chiesa a “rivedere le sue posizioni sull’aborto” nel momento in cui è a rischio la vita e la salute delle donne incinte modificando il canone 1398 in materia. In particolare, il rapporto cita il caso del 2009 in Brasile dove furono sanzionati madre e medico per aver salvato la vita a una bambina di nove anni rimasta incinta dopo essere stata violentata dal patrigno. Critiche anche sulla posizione della Santa Sede sulla contraccezione ai fini di tutelare le adolescenti e prevenire l’Aids. Per quanto riguarda l’omosessualità, invece, il Comitato Onu ha invitato la Chiesa a “fare pieno uso della sua autorità morale per condannare tutte le forme di molestie, discriminazione e violenza contro i bambini sulla base del loro orientamento sessuale quello dei loro genitori”.

3960 – SPAGNA: CHIEDE DI MORIRE PERCHÉ AMA LA VITA

da: Aduc avvertenze n°7/2014 di lunedì 10 febbraio 2014
“Chiedo di morire perché amo la vita”. Coi suoi 63 anni, José Luis Sagués, madrileno con

origini basche-navarre, è pronto ad affrontare il sistema per conseguire il proprio obiettivo: “Decidere quando voglio morire”. Alla fine lo ha conseguito con l’aiuto dell’associazione Derecho a Morir Dignamente (DMD – diritto a morire con dignità). Questa ONG ha rilevato che questo uomo viveva in uno condizione di malessere e deterioramento che ha considerato sufficienti per sedarlo, così è riuscito ad accorciare la propria vita, a fronte del servizio di cure palliative che glielo negava. E’ quanto è riuscito a conseguire questo lottatore che aveva ben chiaro di non volersi consumare fino alla fine.

“Voglio lasciarvi dopo averlo deciso io, dopo aver bevuto un bicchiere di vino”. Secondo uno dei medici che lo ha assistito in merito, “è stato come il film ‘Le invasioni barbariche’, con tutta la famiglia che era con lui. Non sono state fatte fotografie o dei brindisi. Si è lasciato andare e lo abbiamo sedato”, dice.

L’indignazione di fronte al sistema che gli negava un’uscita (con l’eutanasia che non è legale, l’unica opzione legale in Spagna è la sedazione terminale), lo ha portato a raccontare la sua storia al quotidiano El Pais.

3961 – USA: SPOSI GAY UGUALI DAVANTI LA LEGGE – DI GABRIEL BERTINETTO

da: l’Unità di lunedì 11 febbraio 2014
Il bastione della resistenza omofoba in America poggia su 34 Stati dell’Unione in cui le nozze gay non sono riconosciute. Ma l’assedio del movimento per le libertà civili apre una breccia profonda nel muro dell’intolleranza grazie alla decisione annunciata da Eric Holder, ministro della Giustizia nel governo di Barack Obama.
Oggi stesso il suo dicastero diramerà una direttiva per estendere i diritti delle coppie gay al di là delle barriere fra i singoli Stati, in qualunque materia rientri sotto la giurisdizione federale. Le norme che regolano i rapporti fra coniugi, dalle visite in carcere, alle eredità, alle testimonianze in tribunale, saranno esattamente le stesse sia per le coppie eterosessuali che per quelle gay. Il provvedimento di cui Holder ha anticipato sabato sera il contenuto, prevede

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di “estendere al massimo livello legale possibile” l’equiparazione fra le unioni matrimoniali di ogni tipo.
Per fare un esempio, due gay che si fossero uniti in matrimonio in Massachussetts e risultassero coinvolti in una vicenda di bancarotta in Alabama, non potevano sino a ieri vedere il loro caso trattato secondo le leggi federali che regolano i fallimenti patrimoniali quando ne sono protagoniste persone sposate. Per il semplice fatto che l’Alabama non li riconosceva come coniugi. D’ora in avanti questo non sarà più di impedimento.

Ovunque di sua competenza, il ministero della Giustizia farà prevalere il diritto federale anche in quegli Stati dove le coppie gay non sono considerate legalmente sposate. E non si ripeterà più quanto avvenuto lo scorso settembre in Kentucky, un altro dei 34 Stati del fronte anti-gay, dove un giudice ha negato a una donna la facoltà di appellarsi al diritto di non testimoniare contro la sua partner in un processo per omicidio.

Quel privilegio le sarebbe stato consentito solo se avesse avuto un marito dell’altro sesso. Con l’iniziativa annunciata da Holder, “il diritto di non deporre davanti al tribunale se il coniuge è imputato sarà ora esteso alle coppie omosessuali”.
PIETRA MILIARE

Nel campo anti-gay è allarme rosso. “La notizia che il ministero della Giustizia estenderà il riconoscimento dei matrimoni fra coppie dello stesso sesso, perfino negli Stati che non li riconoscono, è un altro esempio dei comportamenti illegali di questa amministrazione” afferma Tony Perkins, presidente del “Family Research Council”. Secondo Perkins, è vero che la Corte Suprema l’anno scorso aveva chiesto al governo di riconoscere le nozze gay negli Stati che le permettono, ma i magistrati “erano rimasti manifestamente silenziosi sullo status giuridico di quelle stesse coppie, qualora risiedano in uno Stato che li considera non sposati”. Perkins se la prende con “la fretta dell’amministrazione Obama nel riconoscere comunque quelle unioni in ogni Stato”.

Di orientamento opposto la valutazione di Chad Griffin, presidente della Human Rights Campaign. L’annuncio di Holder viene definito “una pietra miliare” in materia di diritti per gay e lesbiche. “L’effetto immediato è che tutte le coppie gay godranno di un trattamento giuridico equo. Oggi la nostra nazione fa ulteriori passi verso gli ideali di uguaglianza e giustizia per tutti”. Ed è lo stesso Eric Holder a tracciare un paragone fra la sua scelta e le battaglie di civiltà che mezzo secolo fa avevano trovato l’appoggio di un suo predecessore nella carica di ministro della Giustizia, Robert Kennedy. “Esattamente come all’epoca del movimento per i diritti civili degli anni sessanta – afferma Holder – la posta in palio nella lotta per l’uguaglianza di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali non potrebbe essere più

alta. Come ministro non lascerò che il mio dicastero resti ai margini di quest’importante passaggio storico”.

3962 – BELGIO: EUTANASIA PER I BAMBINI – DI ADRIANO SOFRI

da: www.repubblica.it di venerdì 14 febbraio 2014
Credenti o no, a un’interrogazione sull’eutanasia per i bambini si vorrebbe solo rispondere: Allontana da me questo calice. In Olanda, Belgio e Lussemburgo l’eutanasia è depenalizzata. In Olanda è legale anche per i minori dai 12 anni in su. In Belgio, col voto di ieri della Camera (era già passata al Senato) è legale per i minori senza alcun limite di età.
La legge belga, cui si sono opposti soprattutto i responsabili religiosi, cattolici (la confessione prevalente) e altri cristiani, musulmani ed ebrei, mentre più del 70 percento dei cittadini le si

dichiarava favorevole, stabilisce che l’eutanasia si applichi a minori con malattie terminali, sofferenze “costanti e insopportabili” (fisiche, e non anche solo psichiche, come per gli adulti) e una prognosi di morte prossima; che siano in grado di discernere nella propria decisione –

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facoltà che va accertata da psicologi e psichiatri; e per i quali ci sia il consenso dei genitori. Condizioni, dichiarano i sostenitori della legge, che impediscono errori e abusi, e rispondono a una sollecitudine “umana”. Gli avversari della legge – più forti fuori che dentro il Belgio, paese “secolare” come pochi, che ha visto crollare la pratica religiosa e il prestigio della gerarchia cattolica, specialmente per lo scandalo della cosiddetta pedofilia – avanzano argomenti diversi.

La legge, dicono alcuni pediatri e specialisti, è il frutto superfluo di un accanimento ideologico, perché nessun bambino e nessuna famiglia ha mai chiesto il ricorso all’eutanasia. L’argomento, anche ammesso che non abbia eccezioni, ha un’efficacia relativa, dal momento che un cambio nella casistica riproporrebbe intatto il problema. Altri, con rilevante autorevolezza scientifica, protestano che le cure palliative sono oggi in grado di rendere sopportabili le sofferenze, che il problema è dunque di assicurarle pienamente a tutti, e che grazie a esse “i piccoli in fin di vita possono avere ancora momenti privilegiati coi loro genitori, foss’anche una sola ora al giorno… “. L’argomento è fondato benché controverso quanto alla sua assolutezza: la legge parla di sofferenze che “non possano essere placate”. Ancora, si obietta alla “capacità di discernimento” circa la volontà di morire di quei minori che in diversi campi civili si ritengono irresponsabili di sé fino alla maggiore età. Argomento ispido e greve di contrasti: la tutela necessaria – sacra, diciamo – dei minori è sempre esposta a diventare derisione o sottovalutazione della loro intelligenza e libertà. Fra i medici e gli psichiatri fautori della legge, si sottolinea che “in casi di morte prossima, i minori sviluppano velocemente un forte livello di maturità”. Orrendo lessico e constatazione ragionevole, ma lo è anche l’opposta, e non solo per i minori, che l’incombenza della morte sconvolga i criteri ordinari di maturità.

Su scelte così drammatiche pesa tremendamente e ineludibilmente il passato. L’eutanasia infantile fu un capitolo mostruoso dell’eugenetica nazista, estesa a una gamma infinita di disabilità, deformità, debolezze, inferiorità e insomma “vite indegne di essere vissute”. Ma l’aberrazione eugenetica aveva preceduto il nazismo, si era immaginata come l’avanguardia del progressismo scientifico, e sarebbe sopravvissuta alla fine del nazismo, com’è noto, anche in paradisi socialdemocratici come i paesi scandinavi, o negli Stati Uniti.

I fautori della legge belga protestano inorriditi a quel richiamo, com’è comprensibile.All’altro capo, gli avversari “assolutisti” della legge, se così si possono chiamare, religiosi e non solo, sono anche i nemici giurati della depenalizzazione dell’aborto o gli impositori dell’idratazione forzata a persone adulte e capaci di discernere e di comunicare la propria volontà. Il Consiglio d’Europa è contrario alla legge belga, protesta che i bambini non siano nelle condizioni necessarie al consenso informato. In Italia, benché sia notoria la propensione di una maggioranza di cittadini all’eutanasia, una discussione seria e informata è ancora evitata con cura, per una preoccupazione sincera o per ipocrisia bigotta. Basta ripercorrere la vicenda del “fine vita”. Di fronte a un tema tremendo come quello dell’eutanasia per i bambini – e il suo tremendo sottocapitolo, dell’eutanasia neonatale – conviene intanto fermarsi. Non perché l’astensione dal giudizio esima da una responsabilità che fa paura: si è altrettanto responsabili per azione che per omissione. Ma il passo compiuto dal parlamento belga è troppo oltre la nostra comune “capacità di discernimento”. Forse proprio il confronto con la prepotenza aberrante di quella legge incostituzionale sulla nutrizione e l’idratazione forzata, che doveva spaventare e indignare più di ogni record dello spread, può suggerire una prima trincea.

Ci sono situazioni estreme e singolari, ognuna delle quali fa storia e tragedia per sé, che bisogna rinunciare a definire per legge. Le leggi accomunano i casi cui si applicano, li

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spogliano della loro eccezionalità e della loro sfera peculiare. Si dice che medici e infermieri facciano “clandestinamente” ciò che la legge vieta. È vero, ma questa è ipocrisia o, peggio, violenza, quando investe condizioni sociali vaste se non enormi: è così per l’aborto clandestino, per l’accanimento nel fine vita, la negazione del diritto del malato a decidere delle proprie cure. In Olanda, tra il 2002, quando è entrata in vigore la legalizzazione, l’eutanasia è stata applicata a cinque minori (abbiamo visto, sopra i 12 anni). Mentre fra gli adulti i casi di eutanasia vanno dai 2000 ai 4000 all’anno. In Belgio, dove sono più di 1000 fra gli adulti, fra il 2006 e il 2012 essa si è applicata a un solo adulto minore di 20 anni.

Una posizione come questa, che può sembrare opportunista o addirittura vile – si può essere vili del resto, e indietreggiare, di fronte a responsabilità simili – costringe al contrario, una volta che si accetti di misurarsi davvero con i problemi di vita e di morte, e di non affidarsi alle spalle coperte dei principii assoluti né al commento estemporaneo di scelte altrui, a conoscere la questione e riconoscere se stessi. E ammettere che tanti di noi, quasi tutti noi, alla fine, più o meno da vicino, li affrontiamo già questi problemi, e quello che le leggi regolano o ignorano non è quasi mai la soluzione, e molto spesso l’ostacolo. Dove la legge si ritira, resta il campo alla brutalità o alla compassione. Affare nostro, di ciascuno di noi.

3963 – SVIZZERA: EUTANASIA SCELTA DA DONNE, SINGLE E PERSONE ISTRUITE

da: Aduc salute n°8 del 19 febbraio 2014
Sono le donne a scegliere più degli uomini il suicidio assistito. E sono soprattutto single e persone con un grado di istruzione elevato a farvi ricorso. E’ l’identikit che emerge dallo studio di un team dell’università di Berna, sostenuto dal Fondo nazionale svizzero (Fns), condotto a partire dai dati (resi anonimi) – messi a disposizione da Exit Svizzera tedesca, Exit Svizzera romanda e Dignitas – di 1.301 persone domiciliate in Svizzera accompagnate alla morte tra il 2003 e il 2008. Le informazioni sono state confrontate con i dati della Swiss National Cohort, una piattaforma di ricerca che si basa sui risultati degli ultimi due censimenti e sulle statistiche relative ai decessi, permettendo di stabilire ad esempio dove le persone che si sono rivolte alle organizzazioni specializzate avessero abitato, quanto fossero istruite, se avessero vissuto da sole o se avessero figli.
I risultati hanno indicato che nel 56,9% dei casi le persone che hanno chiesto aiuto a mettere fine alle proprie sofferenze erano donne, un dato che tiene in considerazione anche il fatto che la popolazione è a maggioranza femminile. Le persone divorziate o che vivono sole superano quelle sposate o ben integrate socialmente, così come quelle giovani senza figli sorpassano quelle con bambini. Per le persone più anziane la prole non gioca più alcun ruolo. Da questo punto di vista, secondo i ricercatori guidati da Matthias Egger esistono effettivamente fasce della popolazione più vulnerabili ad essere sottoposte a pressioni – come temono gli oppositori all’assistenza al suicidio – in particolare le persone emarginate, come succede anche nel caso dei suicidi non assistiti.
Lo studio, pubblicato sull’International Journal of Epidemiology online, mostra inoltre che fanno più spesso ricorso al suicidio assistito persone con una buona istruzione e quelle che vivono in zone urbane o in quartieri benestanti. “Questo dato è a sfavore della teoria secondo cui la pressione sulle fasce sociali più deboli possa contribuire a un’estensione dell’assistenza al suicidio”, spiega Egger. “D’altronde, è pure vero che anche persone agiate e colte possono essere sole e isolate”. Inoltre è pure possibile che queste abbiano miglior accesso all’eutanasia, ad esempio per motivi finanziari.
In 1.093 dei 1.301 casi esaminati è stato anche possibile determinare la malattia di cui soffrivano le persone che hanno scelto la ‘dolce morte’: in quasi la metà dei casi si è trattato

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di una forma di cancro. Particolarmente elevato anche la frequenza di patologie neurodegenerative come sclerosi multipla, Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica.

3964 – LE VIGNETTE DI ENZO D’AMORE – LOTTA ALL’EVASIONE

3965 – LE VIGNETTE DI STAINO – 8 UOMINI E 8 DONNE…

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 Jacqueline Jencquel

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